Ben Kane.
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Una Battaglia per l'Impero.
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Parte 3.
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Titolo originale: Clash of Empires. 2018.
Traduzione di: Francesca Noto.
2019 Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Parte Terza.
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Capitolo 24.
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Macedonia occidentale, tarda primavera del 199 a.C.
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Un mese dopo l'inizio della nuova campagna, Felice e Antonio stavano pattugliando i campi. Il piacere di lasciare i vasti prati della costa illirica dove l'esercito aveva trascorso l'inverno non era ancora passato, per loro. Sebbene il tempo fosse stato buono, soleggiato e non troppo freddo o umido, passare dei mesi a vivere in tenda in un solo posto era noioso. A Pullone potevano anche essere piaciute le infinite ore di addestramento ed esercitazioni con le armi, a cui si alternavano soltanto turni di guardia e pattuglie, ma Felice e gli altri non ce la facevano pi. Le rare licenze che venivano concesse, e il singolo giorno di paga, erano sempre molto apprezzati, oltre a essere occasioni in cui scorrevano fiumi di vino.
Le cime delle montagne a est e a ovest erano ancora coperte di neve, e i fiumi scorrevano rapidi e pieni di acqua gelida, ma i legionari se li erano lasciati alle spalle, raggiungendo il terreno pianeggiante a valle. L, l'estate era gi dietro l'angolo. Il sole caldo illuminava il paesaggio. Le allodole cinguettavano dall'alto; gli alberi erano in fiore. Nei piccoli campi, il miglio, il farro e la spelta erano ormai alti quanto il ginocchio di un uomo.
Felice e i suoi compagni non erano soli, nella ricerca di cibo. Met della legione e dieci turmae di cavalleria erano state inviate nei dintorni con quel compito. Decine di migliaia di soldati e altrettanti cavalli e muli avevano bisogno di grandi quantit di cibo ogni giorno. Approvvigionarsi vicino al nemico era rischioso, per, cos, dopo aver tentato invano di provocare Filippo alla battaglia diverse volte, Galba aveva fatto marciare le legioni sette miglia pi a nord lungo la piana. Un nuovo accampamento era stato costruito alle pendici delle montagne a ovest.
Da l, centinaia di legionari, tra cui Felice e i suoi compagni, erano partiti per razziare provviste. I principes svuotavano granai, portavano via pecore e bestiame, e se i campi erano gi pronti, prendevano anche il raccolto. I contadini non potevano fare altro che restare a guardare, silenziosi e infuriati, mentre i carri che seguivano i Romani si portavano via non solo i loro mezzi di sostentamento, ma anche gran parte del cibo per l'anno seguente. Chiunque fosse cos sciocco da opporre resistenza trovava una rapida morte.
Come si chiama questo posto, ricordatemelo?, domand Fabio. Siamo stati in cos tanti posti di merda, nell'ultimo mese.
Ottolobo, rispose Felice. Aveva sentito Pullone parlarne con Livio.
Fabio tir su una boccata di catarro e sput a terra. Ecco cosa si merita Ottolobo.
 meglio delle maledette montagne, comment Felice.
A causa delle pesanti nevicate invernali, i passi che conducevano in Macedonia dall'Illiria erano stati impraticabili per mezzo mese in pi del normale. Impaziente di cominciare la campagna, Galba aveva ordinato che l'esercito partisse da Apollonia prima del dovuto. Felice e i suoi compagni avevano dovuto marciare nella neve alta fino al polpaccio e con temperature gelide per giorni, prima di superare le cime.
Non  stato piacevole, concord Antonio. Come deve essere stato per Annibale superare le Alpi? Il suo esercito ci ha messo un mese a oltrepassarle, e met dei suoi uomini non ce l'ha fatta.
Un vero peccato che quei figli di puttana non siano morti tutti, risparmiandoci una generazione di spargimenti di sangue e guai, comment lo Zoppo, causando un coro di borbottii di apprezzamento.
Avremmo potuto invadere la Macedonia molto prima, soggiunse Felice, scatenando una risata generale.
C' una fattoria, indic Antonio.
Anche Livio l'aveva vista. Voi dodici, andate a controllare. Dividetevi in gruppi da quattro. Non ci saranno stupri, e uccisioni solo se necessario.
Felice e Antonio erano abituati a quel lavoro; nella guerra contro Cartagine l'avevano gi fatto. Guardandosi intorno con attenzione, poich era sempre possibile che qualche giovane testa calda cercasse di difendere la fattoria, entrarono nel piccolo cortile con i compagni, e controllarono gli edifici. Non c'era molto: qualche ortaggio e del grano, un paio di prosciutti, e forse una trentina di pecore. Costringendo il fattore e i suoi figli a spostare il cibo e il bestiame nei carri, osservarono la moglie del contadino con un certo divertimento, mentre malediceva a turno la sua famiglia e loro.
Quando un ragazzo le rispose per le rime, lei si infuri ancora di pi, prendendolo a pugni mentre portava via un sacco di grano dal magazzino.
Stupida cagna, esclam lo Zoppo. Cosa dovrebbe fare, rifiutarsi di obbedirci?.
Era impossibile che la contadina parlasse latino, ma in quel momento si gir e lanci ai principes uno sguardo carico d'odio.
Ti taglierebbe la gola, se ne avesse la possibilit, disse Felice allo Zoppo.
Che ci provi, ringhi lui, sguainando una spanna della sua lama. Il suono metallico che fece quando torn nel fodero fu un chiaro avvertimento, e la donna afflosci le spalle. Poi cominci a piangere, e lo Zoppo scoppi a ridere.
Lei e la sua famiglia avrebbero avuto grandi difficolt, dopo quella razzia, pens Felice. Perdere le riserve di grano e il bestiame significava una seria possibilit di morire di fame durante l'inverno. Ma non prov molta compassione per loro. Erano Macedoni, e sudditi di quel ribelle di Filippo.
Cavalieri!. Livio, che si era allontanato per svuotarsi la vescica, comparve da dietro l'edificio pi a sud. Cavalieri provenienti da sud. Radunatevi!.
Felice e i suoi compagni si affrettarono a obbedire. Non ci volle molto perch dodici di loro si schierassero dietro Livio, ma il resto della centuria era lontano, nei campi con Pullone. Il rumore ritmico degli zoccoli era udibile, ora, e veniva da diverse direzioni. Lo stomaco di Felice si serr in una morsa. Erano pericolosamente lontani dai loro compagni.
Formate un quadrato!, rugg Livio. Quattro uomini per lato!. Posizionandosi all'angolo davanti a destra, li condusse poi verso la posizione di Pullone.
Che facciamo noi, signore?, domand l'uomo che guidava il carro.
Abbandona il carro, ordin Livio.
Signore?. La voce dell'uomo era sconvolta.
Se resti qui verrai ucciso, sciocco! Dirigiti all'accampamento, pi veloce che puoi.
Il conducente e i suoi compagni fuggirono, e il fattore e la sua famiglia capirono che, almeno per il momento, avrebbero mantenuto le loro propriet. La situazione rese pi spavalda la moglie, e i principes si sentirono urlare contro le sue maledizioni e i suoi insulti, mentre correvano via dal cortile.
Nei campi aperti regnava la confusione. Gli altri carri, che avevano seguito i legionari sulle sterrate tra i campi, si erano bloccati di colpo. I conducenti erano l intorno, e discutevano tra loro. I soldati sparsi si scambiavano domande; gli ufficiali davano ordini contraddittori. Alcuni uomini li stavano ignorando e si stavano gi ritirando; ma, in quel disordine, erano vulnerabili agli attacchi.

Livio punt verso un grosso gruppo di principes, e scoprirono che si trattava di Pullone con il resto della centuria. Mentre gli uomini si scambiavano saluti compiaciuti e il centurione urlava loro di formare un quadrato pi grande, comparvero i primi cavalieri nemici.
Sono i Compagni!, rugg Pullone. In formazione, file di sei uomini, dieci file!.
Con grande orrore di Felice, i cavalieri pi vicini, quattro uomini dall'armatura scintillante, armati di lunghe lance dall'aria pericolosa, si lanciarono verso due hastati isolati. Entrambi furono abbattuti in quello che sembr un batter di ciglia. I compagni degli uomini uccisi cedettero al panico. Girandosi verso l'accampamento romano, cominciarono a correre. Subito, i Compagni li inseguirono. Altri cavalieri comparvero, e, tra loro, degli arcieri appiedati. Ogni tanto si fermavano a scoccare una freccia, ma continuarono ad avanzare correndo, come una devastante seconda ondata d'assalto.
Sono Cretesi. Felice aveva brutti ricordi dei rinomati arcieri, dalla guerra contro Annibale.
Le tre file della retroguardia, voltatevi verso il nemico, ordin Pullone, posizionandosi al centro dell'ultima fila. File laterali a destra e a sinistra, rivolgetevi verso l'esterno.
I principes si affrettarono a obbedire. Felice si assicur di essere vicino a Pullone; Antonio, lo Zoppo, Fabio e Narciso lo seguirono. Dovevano tornare all'accampamento in fretta, dichiar Pullone, in tono calmo, se non volevano essere massacrati. Dovevano restare tutti uniti. Chiunque non riuscisse a stare al passo sarebbe stato lasciato indietro. L'ordine Alzate gli scudi doveva essere eseguito all'istante, altrimenti avrebbero rischiato di beccarsi una freccia in un occhio.
Che aspettate, idioti?, grid Pullone. Muovetevi!.
Fu strano marciare all'indietro, con il rischio di inciampare o sbattere contro l'uomo alle loro spalle, ma Pullone richiese una marcia lenta, che permise ai principes di abituarcisi. Coprirono un centinaio di passi, guardando i cavalieri e gli arcieri nemici devastare i legionari disorganizzati. Le perdite si moltiplicarono. La paura si diffondeva come un incendio, facendo cambiare idea ai soldati che si erano fermati a combattere. Furono messi in rotta, e i Compagni li fecero a pezzi. Poi arrivarono i Cretesi, con le loro piogge di frecce.
Il tempismo di Filippo era stato perfetto, pens Felice. Pullone e Livio erano quasi i soli ad aver radunato i loro uomini. Se il caos che vedevano intorno a loro si stava ripetendo in tutta la valle, il massacro sarebbe stato terribile.
Arretrarono di altri cento passi. Le frecce sibilarono verso di loro, ma Pullone era pronto. Gli scudi sollevati evitarono perdite, e i Cretesi avanzarono. Quindici Compagni caricarono la retroguardia del loro quadrato, ma la linea solida dei principes e i loro giavellotti puntati costrinsero i cavalieri a fermarsi di colpo prima di raggiungerli. Due dei Compagni pi abili riuscirono a colpire un princeps con le loro lance - due uomini alle spalle di Felice - ma persero le armi, grazie alla rapida e astuta reazione di Pullone e Antonio, che spezzarono le lance con le spade. Un grido di esultanza si lev dal quadrato, mentre i Compagni si allontanavano, in cerca di prede pi facili.
Lasciate indietro i morti. Continuate a muovervi, ordin Pullone.
Dopo mezzo miglio, erano lontani dallo scontro. Felice aveva iniziato a credere che il peggio fosse passato, quando Livio, che conduceva il quadrato in avanti, grid di vedere altri Compagni davanti a loro.
Ordinando a un uomo di prendere il suo posto, Pullone corse a vedere cosa stesse succedendo. Poi torn indietro, cupo in volto. Decine di Compagni e centinaia di peltasti, i fanti leggeri di Filippo, avevano bloccato la strada di ritorno all'accampamento.
Dobbiamo attaccarli con rapidit e violenza, fratelli. Se indugerete, ci circonderanno. La voce di Pullone era calma come sempre, ma aveva uno scintillio folle negli occhi. Il modo migliore che conosco per spezzare una linea nemica  la formazione a cuneo. Siete con me?.
La tattica di Pullone permise ai principes di penetrare le linee nemiche, perdendo solo cinque uomini. Nessuno os inseguirli, dopo aver visto tanta determinazione. Raggiunsero l'accampamento e lo trovarono immerso nel caos. Le sentinelle sulle mura avevano visto lo scontro, ma senza capire cosa stesse accadendo, e i pochi soldati dispersi che erano gi riusciti a tornare non erano di alto grado. Pullone corse a spiegare la situazione a Galba. Nel frattempo, Livio lod in modo burbero il gruppo.
State pronti a uscire di nuovo, li avvert. Il generale non accetter la situazione senza reagire.
Livio aveva ragione. Mentre Pullone tornava, delle unit di cavalleria uscirono dalla porta principale dell'accampamento. Le trombe squillavano ovunque, e i soldati correvano verso le tende per prepararsi. Gli ordini di Galba, fece sapere Pullone, erano di schierarsi in tutta fretta. Vuole mettere in rotta i Macedoni. Formeremo un grande quadrato vuoto all'interno, in modo che quei bastardi dei Compagni non possano raggiungerci.
Non dovettero attendere a lungo. Pi vicini alla porta, i principes di Pullone furono i primi a marciare all'esterno. Facevano parte della linea frontale del quadrato, e tornarono a passo rapido verso lo scontro.
Fu un viaggio breve e spiacevole. La strada sterrata era disseminata di equipaggiamento e armi abbandonati, oltre che di cadaveri di Romani. C'erano corpi anche nei campi calpestati di farro e miglio, e i gemiti dei feriti si sentivano provenire da ogni parte. Nugoli di mosche sciamavano sui morti, riempiendo le bocche spalancate e posandosi sugli occhi vitrei. Sopra di loro, gli avvoltoi cominciavano a volare in cerchio.
Le cose andarono meglio, da quel momento in poi. Colte di sorpresa mentre inseguivano i legionari in fuga, le truppe di Filippo avevano dimenticato quanto si fossero allontanate dalle proprie posizioni. Il quadrato romano si scagli contro gruppi sparsi di Compagni e soldati appiedati, costringendoli a ritirarsi. Due gruppi di Cretesi furono circondati e massacrati. Un tentativo da parte dei Compagni di caricare i legionari fu bloccato da un potente lancio di giavellotti che fece crollare al suolo pi di una ventina di cavalli.
Pullone dovette trattenere i suoi principes, a quel punto, perch ogni uomo voleva prendersi la sua vendetta sui cavalieri che avevano causato cos tante perdite tra le loro fila, ma, intimiditi dalle sue minacce, mantennero la formazione. Quando raggiunsero i cavalli feriti e morenti, i Compagni erano scappati.
I pochi che non lo avevano fatto stavano tentando disperatamente di aiutare uno di loro, rimasto intrappolato sotto il cavallo morto. Mentre i principes si avvicinavano urlando, riuscirono a liberarlo. Con movimenti frenetici, lo aiutarono a montare in sella a un cavallo, e poi, sapendo di essere spacciati, si girarono per combattere, pronti a sacrificarsi per permettere all'amico di fuggire.
Soltanto Felice not la magnifica armatura dell'uomo, e il suo elmo crestato con tanto di corna d'ariete. Quello  Filippo!, grid.  quel bastardo del loro re!.
Nessuno dei compagni di Felice lo sent. Lui si ferm, sapendo di essere troppo lontano per poterlo raggiungere. Poteva soltanto lanciare il giavellotto contro di lui. Portando avanti il piede sinistro, chiuse un occhio e prese la mira. Con un violento sforzo, lanci l'arma. Dopo un ampio arco verso l'alto, il giavellotto si piant nel terreno proprio dietro al cavallo di Filippo. Allarmato, l'animale scart, costringendo il re a reggersi in sella con tutte le forze. Felice imprec. Mentre si avvicinavano ai Compagni, lo perse di vista.
Nel breve e violento scontro che segu, tutti i cavalieri furono uccisi. Anche lo Zoppo mor: una larga ferita alla gola rivers fiumi di sangue sul terreno. Nonostante la perdita del compagno, i principes avevano molto da festeggiare. Le truppe di Filippo erano state massacrate e messe in rotta, e duecento dei suoi Compagni erano stati uccisi. Dopo aver chiesto una tregua per poter seppellire i caduti, il re si ritir di notte oltre le montagne.
Come disse Felice ai suoi compagni increduli, tuttavia, l'opportunit pi grande di quella giornata l'aveva avuta lui, ed era quasi riuscito a coglierla.

Capitolo 25.

Pluinna, Macedonia occidentale, estate del 199 a.C.

Mezzogiorno era quasi arrivato. Il sole splendeva in un limpido cielo azzurro. Le rondini viravano e si gettavano in picchiata, riempiendo l'aria dei loro acuti richiami. Montagne grigio-brune si estendevano ai due lati di una stretta vallata boscosa, in fondo alla quale correva un gorgogliante torrente, insieme a un sentiero che andava da nord a sud. Dei ragazzi controllavano le pecore che brucavano i prati cespugliosi sul limitare dei pendii; vigne coltivate su terrazzamenti di terreno circondavano fattorie di pietra. Sul terreno pianeggiante pi in basso, grano e orzo cominciavano a biondeggiare. Una scena idilliaca che sarebbe potuta essere in qualsiasi punto della Macedonia.
A met strada, la valle era quasi tagliata in due da un crinale boscoso che si estendeva da un'estremit all'altra. Tra gli alberi, circondati dal canto delle cicale, Demetrio e i falangisti di due chiliarchie erano in attesa da prima dell'alba. Centinaia di arcieri cretesi erano nascosti l con loro. Le ore si erano trascinate. All'inizio, faceva freddo, anche perch i mantelli erano stati proibiti. Quando i raggi del sole erano filtrati attraverso il fogliame, i soldati si erano riscaldati, ma la noia e la fame avevano presto avuto la meglio su di loro. Nessuno si era mosso, comunque: la necessit di non essere visti era stata ribadita, il giorno prima, da Filippo in persona.
Demetrio riusciva a scorgere in parte il sentiero che correva sinuoso intorno alla base del crinale, dirigendosi verso sud; era stanco di osservarlo e vedere soltanto qualche contadino che portava le sue mucche a pascolare, oppure un vecchio che zoppicava fino al fiume per prendere dell'acqua. Tocc Cimone, che era l davanti a lui.
Arriveranno?.
L'amico gli lanci un'occhiata.  la quinta volta che me lo chiedi.
Anche Antileone lo sent. La sesta.
S, be', borbott Demetrio. L'attesa  dura.
 dura per tutti, controbatt Cimone.
Demetrio si zitt e si mise a pensare. Nei giorni dopo la scioccante sconfitta di Ottolobo, il morale, nell'esercito di Filippo, era crollato. E ancora non era tornato alto. Un soldato poteva esercitarsi o cercare cibo fino a un certo punto, con un nemico non ancora sconfitto nei paraggi. Le legioni erano in Macedonia, ormai, pens Demetrio, e presto avrebbero dovuto affrontarle. In difesa del re, Filippo aveva cercato di tendere agguati alle pattuglie romane in diverse occasioni, ma senza successo. Questo era l'ultimo tentativo.
Il problema era che nessuno sapeva se il nemico avrebbe abboccato all'esca. Di sicuro, questa volta era allettante: una dozzina di carri pieni di grano appena raccolto. I conducenti, tra disperati abitanti del luogo che avevano perso le loro donne a causa dei Romani e Cretesi con le palle pi grosse del cervello, dovevano farsi notare dalle pi vicine sentinelle nemiche, prima di girarsi e fingere di tornare a casa. Filippo sperava che le sentinelle avrebbero raccontato a Galba dei carri, e che lui, agli di piacendo, mandasse una grossa forza armata a inseguirli.
Ma, anche se Galba avesse reagito come desiderava Filippo, il piano sarebbe comunque stato rischioso. I carri potevano essere gi stati attaccati da tempo, pens Demetrio, e i conducenti uccisi. Potevano essere assaltati prima di entrare nella valle. Per minimizzare il rischio che il nemico scoprisse la trappola, solo un cavaliere aveva il compito di avvertire il gruppo di soldati nascosti, al momento giusto. Se la valle fosse gi stata controllata da occhi ostili, un singolo cavaliere non avrebbe attratto troppo l'attenzione, o almeno, cos speravano.
Demetrio sbirci di nuovo verso il sentiero. Anche se i Romani avessero inseguito i carri, non avevano certezza di vincere. I nemici avrebbero dovuto raggiungere l'estremit del crinale senza vedere nessuno dei Macedoni nascosti. Solo in quel caso l'agguato avrebbe funzionato appieno. Si sent venire la pelle d'oca, all'idea. Quella sarebbe stata la sua prima vera battaglia, la sua prima esperienza con la tempesta di bronzo. Preg che i nervi reggessero. Non voleva che gli affibbiassero un soprannome come Timido, quello che aveva un falangista di un'altra fila. Non aveva importanza che quel povero bastardo avesse dimostrato il suo coraggio, da allora, come aveva spiegato un divertito Andrisco. Una volta affibbiato, un nome non se ne andava pi.
Empedocle  un uomo coraggioso, ma odia sentirsi chiamare Tremebondo. Andrisco aveva lanciato un'occhiata al compagno che lo guardava male. Vero?.
Fottiti, aveva borbottato Empedocle, facendo scoppiare tutti a ridere.
Lo aiutava sapere che un bastardo come Empedocle provasse paura, pens Demetrio. Significava che poteva averne anche lui, e, finch avesse fatto la sua parte, al momento giusto, nessuno avrebbe potuto pensare male di lui.
Ascolta, sussurr Cimone.
A parte il frinire delle cicale, Demetrio non riusc a sentire nulla. Cosa?
Un cavallo, rispose Cimone.
Demetrio tese le orecchie. Da molto lontano, riusc a udire il ritmico rumore di zoccoli al galoppo. Lo stomaco fece una capriola.
Sar il nostro uomo?, bisbigli Antileone.
Deve essere lui, ribatt Cimone.
Le sue parole si persero mentre un cavallo coperto di polvere e sudore faceva la sua comparsa sul sentiero. Raggiungendo il fondo del pendio, il cavaliere smont di sella e corse tra gli alberi. Borbottii eccitati e nervosi si levarono intorno; Demetrio e i suoi compagni si scambiarono occhiate preoccupate. Ben presto, si seppe che i carri erano a otto stadi di distanza. Dietro di loro c'era una turma di cavalleria, ovvero trenta uomini, accompagnata dalla fanteria nemica.
L'attesa che segu fu peggiore delle ore trascorse dall'alba. Raggi di sole filtravano tra i rami, colpendo Demetrio e facendolo sudare. Aveva sete, ma non os prendere un sorso d'acqua. Il cigolio delle ruote divenne udibile, ma i lenti carri non comparvero subito. Qualcuno bisbigliava troppo forte e fu zittito dagli ufficiali. Simonide risal il pendio, fermandosi a dare una parola di incoraggiamento a tutti.
Raggiunto Demetrio, domand: Stai bene?
S. La voce del ragazzo era roca.
Ricordati di respirare.
Demetrio lo fiss.
Gli uomini tendono a trattenere il respiro, quando hanno paura, spieg Simonide. Continua a respirare. Resta vicino all'uomo davanti a te. Ascolta Zotico.
Lo far, disse lui.
Con un cenno di approvazione, Simonide torn in posizione.
In qualche modo, i conducenti dei carri erano riusciti a trovare la distanza perfetta da cui farsi notare dai Romani. Una volta superata l'estremit del crinale, insieme ai Macedoni nascosti, la cavalleria nemica stava per raggiungerli, ma era riuscita a conquistarne soltanto due. I legionari, che marciavano a velocit doppia rispetto al normale, erano a forse sei stadi di distanza. La terra trem al loro passaggio. Presi dall'inseguimento, non prestarono attenzione al crinale boscoso.
Una trentina di battiti dopo che i Romani furono spariti alla vista, il primo falangista cominci a scendere sul sentiero. La distanza era stata misurata con cura: tra la fine del pendio e il fiume c'era spazio affinch un'intera speira, compresa la fila di Simonide, potesse schierarsi. Due speirai sarebbero rimaste indietro come rinforzi, mentre gli altri risalirono l'altro lato del crinale per prepararsi alla seconda parte dell'agguato. Cinquanta Cretesi attraversarono il fiume a nuoto con un solo braccio, stringendo in pugno archi e faretre per tenerli fuori dall'acqua. Come i loro compagni rimasti tra gli alberi, il loro compito era quello di evitare che i Romani circondassero i falangisti.
Spero che qualcuno dei conducenti se la cavi, borbott Demetrio.
Sarebbe un peccato se tutti quei pazzi bastardi morissero, concord Cimone.
Uno strano senso di calma prevalse, mentre la speira si schierava. I capifila diedero l'ordine, e i falangisti si misero in posizione, portando in avanti gli scudi dalla spalla sinistra. Formazione stretta!, ordin Critone.
Ci siamo, pens Demetrio, facendo scivolare l'avambraccio sinistro nella cinghia dello scudo. Ci siamo, dannazione.
Avanz finch l'aspide non fu vicino alla schiena di Cimone. Lo scudo di Zotico quasi lo toccava, alle spalle; ai lati c'erano gli uomini delle altre file, abbastanza vicini da permettere a Demetrio di toccare il loro scudo con il bordo del proprio. Sopra di loro, centinaia di sarisse formavano una foresta di lunghe punte letali.
Ci hanno visto!, grid Critone. E quei figli di puttana non sembrano contenti!.
Una ruggente risata si sollev dalle prime file, espandendosi lungo la speira e fino ai falangisti pi indietro. Demetrio si ritrov a sghignazzare come un idiota. Per un attimo, gli sembr meraviglioso, ma poi il sapore acido della paura gli riemp la bocca.
Delle trombe squillarono, dall'altra parte del crinale.
Che stanno facendo?. C'era una nota di nervosismo, nella voce di Antileone.
Si girano e si schierano. Si preparano ad attaccarci, disse Demetrio, serrando forte l'asta della sarissa in mano, e desiderando di poter vedere qualcosa, qualunque cosa, a parte gli uomini che aveva davanti.
Gi le lance!. Critone era alla destra della prima fila: aveva preso il posto del capofila.
Con naturalezza, gli uomini delle prime cinque file abbassarono le sarisse.
Demetrio si trattenne dal fare lo stesso. Un uomo, tre file pi avanti, non fu cos fortunato. Riport in alto la lancia in un attimo, ma una pioggia di benevole prese in giro gli fin addosso.
Critone cominci a cantare il Peana, il canto di guerra sacro ad Ares, e gli uomini delle prime file lo seguirono con gusto, mentre le loro voci profonde scandivano le parole. Demetrio aveva sentito quella canzone da bambino, quando gli uomini del suo villaggio si cimentavano nella danza pirrica, la danza di guerra. Pi di recente, l'aveva cantata con i compagni intorno ai fuochi da campo. Era tutto molto diverso da come l'aveva immaginato. Sent i capelli rizzarsi sulla nuca e il cuore galoppare nel petto. Sopra di lui, Ares lo stava guardando: non era mai stato cos certo di qualcosa in vita sua.
Oltre il canto, si ud il suono di sandali chiodati in avvicinamento. Demetrio non riusc pi a cantare. I legionari erano vicini.
Il Peana fin. Eccoli che arrivano, fratelli!, url Critone. ma-ce-do-nia!.
ma-ce-do-nia!, gridarono gli uomini della sua speira, e tutti i falangisti dietro di loro.
Pronti, ringhi Zotico, spingendo l'aspide nella schiena di Demetrio.
Pronti, riecheggiarono gli ultimi in fila nella speira.
Ottanta passi, disse Critone.
Demetrio era lontano dalle prime file, ma sentiva la bocca pi secca di quella di un uomo che avesse bevuto tutta la notte.
A cinquanta, ci lanceranno contro i giavellotti; e poi quei barbari fottuti caricheranno. La voce di Critone era calma come se stesse parlando del tempo.
Dall'altra parte del fiume, gli arcieri cretesi erano gi all'opera. Scoccavano con acuti latrati, come un branco di cani da caccia. Gli occhi di Demetrio seguirono il volo delle frecce mentre si sollevavano in aria e poi scendevano, oltre la speira, dove le perse di vista.
Sessanta passi, disse Critone.
Se alzi lo sguardo quando quei figli di puttana lanceranno i giavellotti, potresti finire male. Il respiro di Zotico era rovente, nell'orecchio di Demetrio. Ricordatelo.
Grato, Demetrio annu.
giavellotti!, grid Critone.
Demetrio avrebbe voluto vomitare, come durante l'esercitazione contro i veterani, ma quell'idea lo riemp di vergogna. Fiss il terreno, prendendo profondi respiri e lottando per scacciare la nausea. Da qualche parte, alla sua destra, un uomo stava pregando. Passarono cinque rapidi battiti, e Demetrio cominci a chiedersi se Critone non si fosse sbagliato. Clack. Clack. Clack. Legno contro legno. I giavellotti colpirono le sarisse. Un altro battito, e colpirono i falangisti al di sotto. Ormai privi di gran parte del loro potere penetrativo, perlopi arrivarono ad angolazioni innocue, rimbalzando contro gli elmi. Tuttavia, alcuni erano ancora veloci. Degli uomini urlarono di dolore. Qualcuno, un paio di file pi avanti, gridava come un maiale ferito. Demetrio guard, e desider di non averlo fatto. Il giavellotto era penetrato nella spalla destra dell'uomo, ma il suo effetto era molto pi grave. Lasciando cadere lo scudo, il falangista ferito si agitava, tentando di strapparsi la punta dalla carne, e nel mentre disfacendo la formazione della speira.
Spostatelo da l!, grid l'ultimo della fila. Presto!.
roma!, ruggirono i legionari. Il terreno trem al loro passaggio.
Trenta passi!, url Critone.
Ci sono quasi addosso, pens Demetrio, con un fremito di terrore. Duemila maledetti Romani. E se fossero riusciti a penetrare nella loro formazione?
Zotico lo tocc con lo scudo. Quando dico Spingi, tu spingi come se non ci fosse un domani.
S. Scacciando le preoccupazioni meglio che pot, Demetrio colp a sua volta Cimone con lo scudo. Pronto?.
La nuca del vecchio elmo di Cimone si mosse su e gi.
Venti passi!. La voce di Critone era ferma. Quindici.
Demetrio si prepar come gli era stato insegnato, con la spalla sinistra un po' in avanti verso destra e la gamba sinistra piantata davanti alla destra sotto il bordo dello scudo piegato. Mantenne la sarissa alla stessa angolazione delle altre.
Scegliete il vostro avversario!, grid Critone.
L'impatto raggiunse dapprima le orecchie di Demetrio. Gli arriv attraverso gli uomini e gli scudi davanti a lui, un attimo dopo, facendolo ondeggiare sui talloni. Si costrinse a mantenere l'equilibrio, assicurandosi che l'aspide restasse in posizione contro la schiena di Cimone. Poi arrivarono le urla, orribili versi animaleschi che gli fecero digrignare i denti. Sent Critone urlare qualcosa, ma non riusc a capire. Ci fu un altro impatto: i Romani non dovevano essere stati fermati del tutto.
spingete!, rugg Critone. L'ordine fu ripetuto da Simonide e dagli altri capifila. I capi di met e quarti di fila fecero lo stesso. spingete!.
spingi!, url Zotico, piantando lo scudo contro la schiena di Demetrio.
Lui ignor il dolore e spinse il suo contro la schiena di Cimone. Tutti avanzarono di un passo.
Altri due passi, e Critone grid: fermi! fermi!.
fermi!, riecheggiarono gli ufficiali, compreso Zotico.
Se fossero avanzati oltre il bordo del crinale, pens Demetrio, avrebbero esposto il fianco destro.
Affannati e con le gambe tese, i falangisti continuarono a mantenere la posizione per forse un centinaio di battiti. Non ci furono altri impatti. Poi, i Cretesi tra gli alberi alla destra dei falangisti cominciarono a bersagliare i nemici di frecce. Mentre urla e insulti riempivano l'aria, Demetrio si gir a guardare Zotico. Stanno esultando perch...?
S. I bastardi si stanno ritirando, rispose Zotico.
Demetrio tocc Cimone. Hai sentito?
La battaglia non  finita, avvert Zotico. I Romani non sono stati battuti.
Se manteniamo la posizione, per, e non riescono ad aggirarci..., intervenne Demetrio, speranzoso.
Ma Zotico non si fece convincere. Sei diventato di colpo il fottuto Alessandro? Duemila legionari non si arrenderanno cos.
Sconfitto, Demetrio tacque.
Ci fu una breve tregua nelle ostilit, durante la quale i Romani si leccarono le ferite e furono strigliati dai loro centurioni. Critone sfrutt il momento per far spostare i feriti dalle file dello schieramento. Grazie alle perdite nella sua fila dovute ai giavellotti romani - purtroppo Empedocle era illeso - Demetrio si ritrov tre posti pi avanti. Un minimo meno nervoso di prima, allung il collo per cercare di scorgere i legionari, nel momento in cui avrebbero di nuovo caricato. Ci fu un'altra salva di giavellotti; qualcuno fu ferito, ma non lui, e neanche i suoi amici.
Il secondo attacco fu pi rapido del primo, e i falangisti, trionfanti, avanzarono di una ventina di passi, prima che Critone e i capifila riguadagnassero il controllo e li facessero tornare all'estremit del crinale.
Abbiamo vinto, stavolta, vero?, borbott Critone.
Demetrio stava per concordare con lui, ma fu di nuovo interrotto da Zotico.
Quelli non sono Greci, figliolo. Sono testardi barbari Romani. Non comprendono la sconfitta fino a quando i loro superiori non ordinano la ritirata, o si ritrovano a terra a morire dissanguati.
Zotico aveva ragione. Altre due volte il terreno trem sotto la carica dei Romani che si lanciavano contro l'impenetrabile muro delle sarisse macedoni, e altre due volte furono costretti a fermarsi. Nel corso dell'assalto finale, il resto dei falangisti, richiamati dal trombettiere di Critone, comparve alle spalle dei nemici, insieme a un gruppo di arcieri cretesi. Bloccati tra l'incudine e due martelli, i legionari furono massacrati. Poche ventine di loro riuscirono a fuggire tra gli alberi, e la cavalleria si lanci a nord risalendo la vallata, ma gli altri furono abbattuti o presi prigionieri.
Demetrio si sentiva ebbro di sollievo; non si era messo in ridicolo davanti ai compagni, e la loro vittoria era stata totale. Fu ancora pi felice quando riusc ad appropriarsi di una cotta di maglia appartenuta a un Romano caduto. Cimone, Antileone e altri imitarono in fretta il suo esempio Molte delle vittime dei giavellotti nemici si trovavano nelle file pi arretrate, dove erano gli uomini senza armatura come loro.
Zotico, che aveva la sua corazza di lino imbottito, li osserv con aria di approvazione.
Meglio sembrare un Romano che prendersi un giavellotto nel petto, eh?
Gi. Demetrio non riusciva a togliersi dalla testa il povero bastardo che si era preso il giavellotto nella spalla.
Sei stato bravo.
Sorpreso, perch Zotico non era il tipo da sperticarsi in elogi, Demetrio alz lo sguardo. Davvero?
Hai eseguito gli ordini. Hai spinto. Non hai tentato di fuggire. Zotico gli offr un ghigno crudele. Oh, e non ti sei cacato addosso.
Cimone e Antileone risero fino alle lacrime.
E anche Demetrio.

Capitolo 26.

Roma, tarda estate del 199 a.C.

Flaminino stava ammirando la statua di bronzo nel suo giardino, statua di cui era molto orgoglioso. Si trattava di un discobolo realizzato dal famoso scultore ateniese Mirone, e si trovava su un plinto di marmo. Flaminino non si stancava mai di osservarla. Cammin intorno alla statua, con le dita che stringevano il mento, immerso nei suoi pensieri. Gli schiavi che andavano e venivano lungo il colonnato del giardino sapevano bene di non doverlo interrompere.
Flaminino sospettava che il suo interesse per la cultura greca venisse dalla sua infanzia priva di affetto. Era stato un tutore a introdurlo alla cultura ellenica, e lui era rimasto incantato dal linguaggio musicale di quel popolo, dalla sua ricca storia e dai suoi scrittori e oratori. Lanci un nuovo sguardo al discobolo.
Guardatemi adesso, pens, abbastanza ricco e potente da potermi permettere una simile opera d'arte.
Se i suoi genitori fossero stati ancora vivi, sarebbe stato contento di invitarli a casa, cos da mostrare loro il suo buon gusto, per non parlare delle sue ricchezze. Ma, per quanto quella statua fosse magnifica, Flaminino l'avrebbe scambiata volentieri, insieme a tutto il resto delle sue ricchezze, per essere il generale che avrebbe sconfitto Filippo e conquistato la Grecia. La storia non avrebbe mai dimenticato un uomo capace di una simile impresa. Nel pantheon dei comandanti militari, sarebbe stato al fianco di Alessandro. Quello, pens Flaminino, sarebbe un giusto epitaffio.
Purtroppo per lui, le sue speranze di riuscire a ottenere quell'obiettivo continuavano a passare da un estremo all'altro. Una malattia improvvisa gli aveva impedito di presentarsi come console poco dopo il suo incontro con Metrodoro. Al tempo, aveva maledetto la sua sfortuna, perch Publio Villio Tappulo aveva vinto le elezioni al suo posto. Come lui, anche Tappulo voleva a tutti i costi scalzare Galba dal comando dell'esercito, ma il Senato aveva deciso di mantenere Galba al suo posto come generale in comando dell'esercito. La sconfitta di Tappulo era stata una vittoria per Flaminino.
Ora la stagione delle campagne era quasi alla fine, come anche l'incarico di Tappulo. Dall'Illiria e dalla Macedonia, inoltre, erano venute buone notizie. In autunno, decise Flaminino, sarebbe venuto il momento, per lui, di presentarsi di nuovo come console.
Che fai, gli guardi l'uccello?, comment una voce familiare.
Sei tu che fai certe cose, Lucio, non io. Flaminino si gir mentre il fratello usciva in giardino. Ammiro questa statua per la sua bellezza, la sua simmetria e la sua perfetta rappresentazione della forma umana.
Anche a me piace il modo in cui rappresenta le forme umane. Ammiccando, Lucio pos una mano su una natica muscolosa del discobolo.
Sporcherai il bronzo. Flaminino lo guard male finch il fratello non si scost. Sei in ritardo.
 stata una lunga notte, fratello.
Flaminino imbronci le labbra. Non voglio saperne nulla.
Perch?, sogghign Lucio.
Ci sono faccende pi importanti da discutere, rispetto alle tue conquiste.
Lucio si strinse nelle spalle e segu Flaminino nel suo ufficio, senza commentare oltre. La stanza dava sul cortile, e anch'essa omaggiava la cultura greca. Sul pavimento a mosaico, Icaro volava verso il sole, mentre nelle nicchie sulle pareti si trovavano splendidi esempi di vasi a figure rosse e a figure nere. Un altro busto di Mirone, con Ercole avvolto nella pelle del leone di Nemea, faceva bella mostra di s su un tavolo in un angolo.
Vino?, offr Flaminino.
Un sorriso sfior le labbra di Lucio. Ma certo.
Flaminino batt le mani e disse allo schiavo nubiano che comparve sulla soglia di portare una caraffa di vino di Albano. Ben diluito, mi raccomando, soggiunse. Non ci provare, ammon Lucio, senza riprendere fiato. Sono certo che tu ne abbia bevuto abbastanza, ieri notte.
Non ho detto niente. L'espressione di Lucio era innocente come quella di un bambino.
Flaminino sbuff. Hai sentito le ultime notizie dalla Grecia?.
Con la guerra che andava avanti dalla primavera, Flaminino non era stato l'unico a ricevere notizie da fuori. I messaggeri ufficiali non avevano fatto che andare e venire dalla Curia.
So che Galba ha marciato verso sud, invece di affrontare Filippo in battaglia. Distruggere fattorie e villaggi di cui nessuno ha mai sentito parlare sembra piacergli.  sconcertante.
Galba  un politico, non un generale.
E tu invece lo sei?.
Flaminino lo fulmin con lo sguardo.
Lucio sbuff, divertito. Parla, fratello. Ti sto ascoltando.
 stata una sfortuna, per Galba, che il suo esercito abbia dovuto svernare in Illiria, ma solo uno sciocco avrebbe rischiato un attacco alla Macedonia dopo il raccolto. La sua campagna primaverile  cominciata male; le forti nevicate sulle montagne hanno ritardato l'invasione. Galba ha perso un'altra opportunit quando i suoi uomini si sono spinti a forza oltre il passo scuro, il valico fondamentale che conduce a est. Se avesse sfruttato il vantaggio, la guerra sarebbe finita in un colpo solo.
A difesa di Galba, Filippo si  ritirato dal passo scuro, rifugiandosi pi in alto, controbatt Lucio. Attaccare dal basso non  mai una buona idea.
Eppure, i legionari l'avevano fatto al passo scuro, e avevano vinto. Galba avrebbe dovuto continuare l'offensiva. Ma, per mia fortuna, non l'ha fatto. Flaminino fece una pausa, mentre il Nubiano versava il vino. Assicuratosi che fosse diluito come voleva, annu.
Lucio svuot la sua coppa in un sorso e la tese per farsela riempire. Buono, comment, quando ebbe svuotato anche la seconda. Poi guard il Nubiano. Ancora.
Abbiamo molto di cui parlare, lo avvis Flaminino.
Roteando gli occhi, Lucio pos la coppa. Che  successo, di recente?
Il legato Apustio ha convinto gli Etoli a unirsi a Roma. Ha avuto l'aiuto di Attalo di Pergamo, spieg Flaminino, ridendo tra s e s.
Neppure Lucio sapeva che, attraverso Metrodoro, lui aveva convinto l'assemblea degli Etoli a rimanere neutrale sino all'estate. L'apparente ripensamento era sempre opera sua. Sarebbe stato meglio per Flaminino se gli Etoli fossero rimasti neutrali pi a lungo, negando a Galba le loro truppe, ma sapeva di poter evitare solo per un certo periodo di tempo che si unissero alla lotta contro il loro vecchio nemico Filippo.
Un'incursione simultanea dei Dardani ha aiutato, comunque, come anche l'assedio, da parte nostra, delle citt costiere orientali, continu Flaminino. E gli Etoli non hanno perso tempo, una volta presa la decisione. Sono andati dritti in Tessaglia, conquistando diverse citt. La Macedonia meridionale era aperta all'attacco, ma invece i loro capi hanno deciso di assediare la fortezza di Gomphi.
Chiunque l'abbia in pugno ha la Tessaglia in pugno, oltre a una possibilit di entrare in Macedonia, osserv Lucio.
Gi. Ma, purtroppo per gli Etoli, e per mia fortuna, Filippo aveva saputo delle loro intenzioni, ribatt Flaminino. Marciando a gran velocit verso sud, li ha attaccati senza alcun preavviso. Le loro truppe sono state messe in rotta da Gomphi con gravi perdite.
Le spie di Flaminino gli avevano fatto sapere che Metrodoro era tra i caduti. Neanche Nicomede e Lichele avrebbero mai rivelato il loro coinvolgimento in quella faccenda: se la loro gente l'avesse saputo, li avrebbe uccisi. Il suo accordo clandestino, pens Flaminino con sollievo, sarebbe rimasto segreto.
I soliti, inutili Greci, comment Lucio. Quindi, la Macedonia non cadr durante questa campagna.
Flaminino si concesse un sorriso. Sembra di no. Manca meno di un mese al momento in cui Galba dovr riportare indietro le legioni; forse lo sta gi facendo. Filippo sopravvivr per combattere ancora.
Ottime notizie, fratello. Galba sar presto sostituito da Villio, che non potr fare nulla, durante l'inverno. E tu mediti di prendere il suo posto.
Esatto. Se vincer le elezioni consolari, guider le forze di Roma in Macedonia, la prossima primavera. E tu sarai al comando della flotta.
Lucio sembr soddisfatto. Villio potrebbe avere qualcosa da ridire, riguardo a questo piano. Intende salpare da un momento all'altro.
Buona fortuna a lui. Non ci sar molto da fare, durante i freddi mesi invernali, e, mentre sar via, noi potremo spargere i semi della mia candidatura.
Lucio agit l'indice. Anche se sarai eletto, Villio non vorr cederti il comando dell'esercito.
Non mi fermer!, dichiar Flaminino, sbuffando. Ma non siamo precipitosi. Prima devo diventare console, e questo si  gi rivelato difficile, in precedenza.
Diranno le stesse cose che hanno detto l'ultima volta, comment Lucio. Sarai criticato per non essere riuscito a vincere, finora. Per voler passare da un incarico all'altro senza seguire la carriera appropriata. Da questore a console, obietteranno. Non si dovrebbe permettere. E poi diranno anche che ti manca la giusta esperienza politica.
Lascia pure che blaterino. Ho sostegno a sufficienza, in Senato, per zittirli tutti.
Ti farai accompagnare di nuovo da Peto?, volle sapere Lucio.
S.
 ancora perso tra i suoi libri?. Quando Flaminino annu, Lucio soggiunse: Quell'uomo si accorger appena che stai andando a combattere Filippo.
Entrambi scoppiarono a ridere.
Lucio sollev la coppa verso Flaminino. Salute, fratello.  bello vedere i tuoi piani cominciare a portare frutti, dopo tanto tempo. Brindiamo alla tua vittoria alle elezioni.
Non  scontata. Anche altri vorranno diventare consoli.
Sai se Quinto Minucio Rufo prover a farsi eleggere? Il suo incarico da pretore in Bruzio finirebbe in tempo, se volesse presentarsi. E anche lui  popolare.
Mi  stato detto che rester l per un po'. Ci sono stati dei furti in un tempio della Locride su cui dovr indagare.
Lucio inarc un sopracciglio. Hai spie dappertutto?
Quasi.
Lucio inarc le sopracciglia. Chi altro c'?. Alz una mano, contando sulle dita. Hai detto che Minucio Rufo non si presenter. Scipione l'Africano  censore, e ha dichiarato che vuole ritirarsi dalla politica quando finir il mandato. Cetego  inutile, e comunque sta combattendo trib in Spagna. Purpureo  impegnato a lavorare con Galba. Catone un giorno sar console, ma per adesso  troppo giovane.
Concordo. Marco Claudio Marcello sar il mio avversario principale, credo. Si dice che sia interessato.
Se  l'unico che devi battere, hai buone possibilit, fratello.
Flaminino torn a sorridere. Finalmente riusciva a vedersi alla testa delle sue legioni vittoriose, mentre entrava a cavallo in Macedonia. Sarebbe stato lui a entrare nella storia come conquistatore della Grecia.
Era una bella sensazione.

Capitolo 27

Macedonia centrale.

Filippo era solo nello spazio della sua tenda dedicato ai ricevimenti. Privo di mobilia, a parte un lungo tavolo e degli sgabelli intorno, era il luogo in cui passava le mattinate e, a volte, anche le serate. Avvolto in un semplice chitone, teneva in mano una coppa di vino, passeggiando avanti e indietro. Era presto, il momento migliore per incontrarsi con i generali prima che il calore del giorno rendesse impossibile restare sotto la copertura di cuoio. Anche con i lembi sollevati, il luogo diventava un forno.
Filippo era cupo. Quella di Ottobolo sarebbe dovuta essere una grande vittoria, pens. Ma la mancanza di disciplina, pura e semplice, li aveva fatti sconfiggere. Ancora riusciva a sentire il lampo di esaltazione che aveva provato nel capire che i Romani erano in rotta, e ricordava l'ordine che aveva dato di uccidere fino all'ultimo di quei bastardi... ma avrebbe dovuto pensarci meglio. Era stato fortunato a sopravvivere, in realt. Se non fosse stato per i Compagni con lui, sarebbe morto. Filippo ricord a se stesso di far mandare dell'oro alla famiglia dell'uomo che aveva sacrificato il cavallo e la vita per salvare il suo re.
Non si era sentito un re, mentre l'esercito si era allontanato dalle colline, approfittando dell'oscurit, ma era meglio sopravvivere per continuare a combattere che morire in modo glorioso ma stupido. Ottobolo era stata un'ignominiosa sconfitta, ma non certo una vittoria totale per i Romani. Gran parte dell'esercito di Filippo restava intatta, e aveva contrattaccato poco dopo, a Pluinna. L non c'erano stati errori, consider con soddisfazione. La stretta vallata era stata il punto perfetto per tendere un agguato alla colonna di Galba. Pi di millecinquecento legionari erano morti, quel giorno. Alessandro sarebbe stato fiero di quello scontro, decise.
Poi c'era stato un periodo incerto, in cui Filippo aveva difeso gli accessi alla Macedonia e le avanguardie e la cavalleria di Galba avevano cercato dei punti deboli nella sua posizione. Filippo si accigli, nel ricordare il passo scuro, il valico di montagna che conduceva a due strade fondamentali. Una portava a sud verso l'Eordea, una parte montuosa della Macedonia, l'altra a est, verso la piana centrale della Macedonia. Aveva dovuto difenderlo, perch non farlo avrebbe permesso a Galba di entrare indisturbato nel suo regno. Tuttavia, il terreno irregolare non aveva permesso di schierare a dovere la falange. Sapendolo, Filippo aveva ordinato la costruzione di mura e fossati, e l'abbattimento di molti alberi nel passo. Il sentiero tortuoso era stato reso insuperabile, o almeno cos aveva pensato, ma i legionari erano riusciti a passare, sciamando come ratti sopra gli ostacoli. Ricordando bene le perdite di Ottobolo, Filippo aveva ordinato alle truppe di ritirarsi dal passo scuro.
La vittoria di Galba gli aveva offerto l'accesso verso sud, ma l'esercito di Filippo occupava ancora le zone sopraelevate a est, e la strada che conduceva al cuore della Macedonia. Un'ampia valle sotto la sua posizione avrebbe permesso di formare la falange, ed era forse per questo che Galba aveva scelto di far marciare le sue legioni verso sud. Consider che poteva esserne soddisfatto. Nonostante le vicende di quell'estate, il console non sembrava deciso a scontrarsi con i suoi falangisti faccia a faccia.
Sent i generali in arrivo, e prov un angoscioso senso di claustrofobia. Avrebbero passato pi di un'ora intorno a quel tavolo, per discutere la loro prossima mossa. Era cos ogni mattina, da giorni, e il risultato era stato sempre lo stesso. Nessuno riusciva a decidere cosa fare. Ma quel giorno sarebbe stato diverso, decise Filippo.
Sorrise alle espressioni sorprese dei generali quando usc dalla tenda. Venite con me. Fece un cenno alle sentinelle, allontanandole. No, non voi.
Perseo gli si affianc. Dove andiamo, padre?.
Aveva l'energia dirompente e l'ottimismo della giovent. Filippo doveva sempre placare i suoi entusiasmi, e spiegargli perch non potevano attaccare i Romani a ogni pi sospinto. A volte, si sentiva vecchio e stanco solo a guardarlo, ma quel giorno la sicurezza di Perseo era contagiosa.
Vedrai. Notando gli sguardi perplessi che i generali si stavano scambiando, sorrise ancora.
Sei stanco di pianificare, maest. Atenagora era stato uno dei primi generali di Filippo; i due erano amici da decenni. Basso, largo e con una calvizie incipiente, era uno dei migliori cavalieri di tutta la Macedonia.
Mi conosci bene, Atenagora.
Dopo venticinque anni, direi di s, maest.
Filippo ricordava la loro infanzia come se fosse ieri. Una parte di lui avrebbe dato qualsiasi cosa per poter tornare a quei giorni innocenti, dove l'unica preoccupazione era di non farsi cogliere in flagrante a rubare mele, o a spiare le sorelle di Atenagora mentre si vestivano. Per quanto quella fantasia fosse piacevole, Filippo la mise da parte. Ora era il re, con tutte le responsabilit che quella carica comportava.
Superando le tende dei Compagni, che avrebbe visitato al ritorno, il re punt verso gli alloggi della fanteria. Gli uomini erano svegli e gi in attivit, approfittando delle temperature pi accettabili, quindi il suo arrivo fu subito notato. Si levarono grida entusiaste: Il re! e Salve, Filippo!.
Sent addosso gli occhi indagatori di Perseo. Fa' ci che faccio io, gli sussurr. Guardando negli occhi un falangista dalla barba brizzolata, esclam: Ben rivisto. Sei Callinico, vero?
S, maest. Callinico sorrise raggiante, al vedersi riconoscere. Lui e i suoi eccitati compagni si inchinarono a Filippo, che pass qualche istante ad assicurarsi che stessero bene.
Combatteremo di nuovo contro i Romani, prima della fine dell'estate, maest?, domand Callinico.
Se ne avremo l'opportunit, di certo, ma Galba sembra molto cauto.
Le avanguardie dicono che le legioni continuano a marciare verso sud, maest.
Gi. E quindi lontano da noi.
Non vogliono affrontare la falange, maest, comment Callinico.
Credo che tu abbia ragione, concord Filippo. E non mi sorprende, guardando voi bravi soldati.
Callinico e i suoi compagni si scambiarono sorrisi soddisfatti.
Sarete pronti, al momento giusto, dichiar Filippo.
S, maest!. Callinico si batt un pugno sul petto.
Filippo continu ad avanzare attraverso l'accampamento, ricambiando i saluti e fermandosi ogni tanto a scambiare due parole con gli uomini. Condivise pane e olive con un gruppo di arcieri cretesi e accett coppe di vino da altri soldati. Ovunque andasse, chiam gli uomini per nome, ricordando i loro padri o i loro fratelli, o le battaglie in cui si erano distinti. Ascolt con attenzione qualche problema che gli fu sottoposto e ne risolse subito la maggior parte. Quanto a quelli che non si potevano affrontare subito, promise di porvi rimedio al pi presto.
Atenagora e gli altri generali si erano divisi tra le tende per fare la loro parte. Perseo rest con il padre.
Prova a parlare agli uomini, lo incoraggi Filippo, dopo un po'.
Il ragazzo sembr imbarazzato e insicuro. Cosa dovrei dire?
Ammira le loro armi o le loro armature. Chiedi loro se hanno cibo a sufficienza. Se un uomo  ferito, chiedigli come  successo. Assicurati che i chirurghi si stiano occupando di lui. Cerca di ricordare i loro nomi, lo adorano.
Perseo accenn alle tende, che si estendevano in ogni direzione. Ce ne sono cos tanti, padre.
Certo, e sono tutti tuoi sudditi, o lo saranno. Il seme del dubbio si insinu in Filippo: che Roma potesse vincere la guerra e suo figlio fosse privato del trono. Lo schiacci senza piet. Dove andrai, continu, loro ti seguiranno, ma dovrai guadagnarti la loro lealt. Devono sapere che ti preoccupi per loro. Che li ami. E non c' modo migliore di farlo che questo. Filippo alz una mano verso un gruppo di peltasti che se ne stavano seduti su pelli di animali davanti alla loro tenda. Salve!.
Maest!. Con il volto sporco e vestiti di rozze tuniche, i peltasti sembravano banditi della peggior variet, ma sorrisero entusiasti quando Filippo li salut.
Cosa ti porta qui, maest?, volle sapere il pi anziano, un uomo magro dai capelli grigi e quasi senza denti.
Berisade, vecchio mio!, esclam Filippo. Pensavo fossi finito nel Tartaro molto tempo fa.
Berisade lanci uno sguardo deliziato ai compagni. Le mie ossa scricchiolano e mi fa tutto male, maest, ma sono ancora vivo.
Sei pronto a un'altra battaglia o due?
Mostrami dove sono quei Romani bastardi.... I compagni di Berisade scoppiarono a ridere, e lui sembr imbarazzato. Perdona il mio linguaggio, maest. Ma allineali davanti a me, e far la mia parte.
So che lo farai. Filippo batt una pacca sulla spalla del vecchio e fece un cenno ai suoi compagni. So che lo farete tutti, e vi ringrazio per la vostra lealt. Ma forse avremo altri nemici da sconfiggere, prima dei Romani.
L'espressione di Berisade si fece attenta. Chi, maest?
I Dardani e gli Illiri sono tornati
Da quei gran vigliacchi che sono. Berisade guard Perseo. Sarai tu a guidare l'esercito, maest?.
Perseo esit. Le truppe inviate in precedenza da Filippo contro gli invasori a nord erano state al suo comando solo nominalmente. Lanci uno sguardo al padre, che gli rivolse un cenno di incoraggiamento.
S, rispose il ragazzo, sollevando il mento. Con l'aiuto di Atenagora.
Sarebbe un onore seguirti, maest, disse Berisade a Perseo, mentre le grida di assenso dei suoi compagni sottolineavano quelle parole.
Perseo sorrise.
Siete bravi uomini, dichiar Filippo.
Hai capito l'importanza di ci che abbiamo fatto?, domand a Perseo, quando se ne andarono.
S, padre. Gli uomini si sono illuminati, al suono della tua voce. Parlare con loro dimostra che ti sono a cuore.
Esatto. E a quei Traci sei piaciuto anche tu.  una delle cose importanti da fare quando sei un re. Devi permettere ai tuoi sudditi di vederti, e riconoscerli come persone vere. Ricordatelo.
S, padre.
Gli occhi di Perseo scintillavano, e Filippo pens: Sono cos fortunato ad avere un figlio cos, e un esercito come quello che mi circonda. Vale davvero la pena combattere per loro.

Capitolo 28.

Fuori da Apollonia, Illiria, autunno del 199 a.C.

Era passato un mese, da quando i legionari di Galba erano scesi dalle montagne, sporchi di fango, stanchi e affamati. Felice, Antonio e i loro compagni erano in licenza solo per la seconda volta, da allora, e avevano pi sete di uomini che avessero attraversato un deserto senz'acqua. Si erano lavati, avevano indossato le loro tuniche migliori e si stavano muovendo su un sentiero che conduceva fuori dal vasto accampamento che ospitava met dell'esercito. L'altra met risiedeva in un insediamento di simili dimensioni, a un miglio di distanza. La loro tenda era tra quelle pi vicine ad Apollonia, e Felice era stato ben contento di rimarcarlo mentre fissavano la citt dai bastioni a est, o mentre pattugliavano le pendici delle colline. Finalmente, potevano approfittare di quella vicinanza.
Grazie agli di, comment Fabio. Gli scontri riprenderanno solo in primavera.
Le ostilit finivano intorno al periodo del raccolto, e si riprendevano quando tornava la stagione calda. Le probabilit che Filippo attaccasse prima di allora erano pari a quelle che il sole cadesse dal cielo.
S, comment Felice, ma si dice che Galba sar sostituito da Villio.
Galba non ha sconfitto Filippo in una battaglia, intervenne Antonio. Ecco perch.
E non che fosse la sua prima opportunit, disse Felice. Se fosse arrivato prima da Roma, l'anno scorso, sarebbe riuscito ad affrontare Filippo in campo aperto gi allora.
Possiamo preoccuparcene in primavera, non trovate?, comment Fabio. Adesso, l'importante  trovare una taverna decente.
E un bordello, soggiunse Narciso.
A te ne servir uno con uno specchio, comment Antonio. Narciso era l'unico, tra loro, a possedere un simile oggetto, e quando non lucidava armatura ed equipaggiamento, passava il tempo a rimirare il proprio riflesso.
Tutti scoppiarono a ridere, e Narciso li guard di traverso. Non  colpa mia se sono il pi bello, qui, scatt.
Gli altri risero ancora di pi.
Tu e Felice dovreste fare una gara, propose Antonio. Lui  quello che conquista pi donne, quando ci si mette. Che ne dite, fratelli? Il primo dei due che conquista una donna stanotte vince. Scommetteremo un denario ciascuno, e il vincitore prende tutto. Se nessuno riuscir a portarsi a letto una donna libera illirica, spenderemo i soldi in vino. Pesc dalla borsa una moneta d'argento e la sollev.
Ci sto, ribatt subito Fabio.
Anch'io, dichiar Matteo, il nuovo arrivato del loro contubernio. Basso, allegro e velocissimo nella corsa, aveva un nome cos particolare, come aveva detto a tutti, per le insistenze di sua madre, che era ebrea. Che ne dite, Felice e Narciso?.
Felice non aveva molto in simpatia Narciso. Non l'avrebbe ammesso con nessuno tranne che con Antonio, perch non si parlava male dei compagni, ma quell'uomo era insopportabile. A parte la sua ossessione per l'aspetto fisico e l'equipaggiamento, non faceva che parlare di s. Felice sapeva da dove veniva, la professione di suo padre, quanti fratelli aveva. Conosceva perfino il suo vino preferito, il cecubo.
L'idiota non sa niente di me, pens, perch non ha mai chiesto niente.
Felice?. Era la voce di Matteo, che lo incalzava.
Ancora incerto - avrebbe preferito godersi del buon vino, invece di fare quella gara - lanci uno sguardo a Narciso, che arricci le labbra come a dire Non hai la minima possibilit.
Felice ebbe un moto d'orgoglio. Cinque denari. Pi di mezzo mese di paga. Ci sto.
Narciso?, domand Antonio, divertito.
Sar come rubare un dolce a un bambino, dichiar lui.
Il resto del viaggio verso la citt, una tranquilla passeggiata su una strada coperta di ghiaia, pass discutendo della gara. Antonio era dalla parte di Felice, come anche Matteo, ma Fabio era convinto che sarebbe stato Narciso il vincitore. Come era ovvio, Narciso non fece che parlare delle sue precedenti conquiste, che secondo lui erano state molto numerose. Felice si impose di non ascoltarlo, pensando solo al premio in palio. In gran parte, sarebbe stato speso per offrire da bere agli amici - era quella la natura di scommesse del genere - ma avrebbe potuto metterne da parte un po'. Da quando si era riarruolato, c'erano stati quattro giorni di paga, e Felice era stato attento a mettere da parte tutti gli assi di cui non aveva bisogno. Era una cosa nuova, per lui; nella guerra contro Annibale, aveva speso sempre tutta la paga nel giro di pochi giorni, in vino e donne. Ora faceva attenzione a depositare i soldi presso il quartiermastro. Alla fine della guerra contro la Macedonia, era deciso a non tornare in povert, n a lavorare i campi fino a farsi sanguinare le mani. Sarebbe stato un uomo ricco, e avrebbe fatto voltare e sorridere ogni bella donna con cui avesse scambiato uno sguardo.
Due ore dopo, Felice aveva una buona sensazione. La temperatura gradevole aveva fatto s che le strade di Apollonia fossero ancora affollate, ma lui e i suoi compagni si erano assicurati un tavolo all'esterno di una delle tante taverne della citt. Le strade erano piene di gente locale e soldati in licenza. I bambini osservavano i legionari a bocca aperta, per poi essere rimproverati dalle madri. I vecchi lanciavano loro sguardi sospettosi. Le donne mantenevano gli occhi a terra, o si mettevano a parlare fitto fitto con le compagne. I cani si spostavano tra i tavoli, sperando di recuperare qualche bocconcino dai clienti intenti a bere boccali di vino a non finire.
Mentre Antonio, Fabio e Matteo si preoccupavano di ubriacarsi a dovere, Felice e Narciso avevano gi individuato le loro potenziali conquiste. Narciso aveva lanciato la rete fin troppo presto, tentando di fare colpo sulla pi bella cameriera della taverna, una giovane donna attraente dai lunghi capelli scuri. Felice sapeva per esperienza che le ragazze che lavoravano nelle taverne erano di solito prostitute o sposate, oppure immuni alle attenzioni dei clienti. A meno che Narciso non fosse Eros in persona, avrebbe fallito.
Felice decise che la sua migliore possibilit sarebbe stata con una delle donne che lavoravano nei negozi accanto alla locanda. Fingendo di volersi sgranchire le gambe e guardandosi sempre intorno in cerca di Matone - in una circostanza simile, non sarebbe stato cos strano imbattersi nel suo vecchio centurione - cominci a camminare su e gi per la strada. Not due ragazze carine che lavoravano dentro al negozio di un fornaio, ma fu subito allontanato dal padre, un tipo robusto che gli lanci un'occhiataccia da so cosa vuoi fare. Una donna piuttosto in carne fuori dal suo negozio di ortaggi lo occhieggi interessata, ma lui and avanti. Non voleva solo battere Narciso, doveva anche piacergli la sua conquista.
Poi not una donna attraente con le trecce che passava tra le anfore in mostra di un negozio di vini. Ancora abbastanza giovane da non essere sposata, non lo vide avvicinarsi.
Ottimi vini, comment, osservando i prezzi affissi al muro.
Lei sobbalz.
Perdonami, riprese Felice. Notando che lo fissava perplessa, continu: Parli latino?
Un po'. Aveva gli occhi di un azzurro intenso, e un piacevole naso all'ins. Mi hai spaventata.
Scusa. Lui sollev le mani come in un gesto di resa. Non hai niente da temere.
Lei accenn un sorriso. Sei un legionario romano. Mia madre dice che non dovrei parlare con nessuno di voi. Che volete solo una cosa.
 un po' dura, comment Felice, pensando che in realt la madre aveva ragione, e sentendosi un po' imbarazzato.
Una voce parl in illirico e una donna di mezza et usc dal negozio. Il suo volto piacevole si indur, alla vista di Felice. Vuoi comprare del vino?. Il suo latino aveva un forte accento, ma lo parlava bene.
Io... forse. Gli occhi di Felice scivolarono sulla ragazza.
O stai dando fastidio a mia figlia? Credo proprio che sia questo. Incrociando le braccia sul petto, avanz verso Felice.
Lui arretr di un passo. Stavamo solo parlando, niente di pi.
La donna rispose con uno sbuffo sprezzante. Credi che io sia nata ieri? I ragazzi sono sempre gli stessi, come quando ero giovane io. O compri del vino, o te ne vai.
Me ne torno dai miei compagni. Felice si stamp in faccia un sorriso vincente, offrendolo prima alla madre, che lo fulmin con lo sguardo, e poi alla figlia, che arross appena. Decidendo che lui e Narciso si erano impegnati in un'impresa impossibile, e che stava perdendo tempo prezioso che avrebbe potuto passare a bere, si allontan senza guardarsi indietro.
Tornato dagli amici, not che Narciso era oggetto di una serie di prese in giro infinite.
Che  successo?, domand.
La ragazza che serve ai tavoli non ha voluto saperne nulla delle sue lusinghe, spieg Matteo, sogghignando.
Felice ammicc verso Narciso. Sei sicuro che non stessi esagerando, riguardo alle tue passate conquiste?
A me non sembra che tu abbia avuto molto successo, comunque, borbott Narciso, nascondendo il naso nella sua coppa di vino.
Cosa ci dici?, volle sapere Antonio.
Le giovani donne di Apollonia sono ben controllate, rispose Felice, scuotendo la testa, cupo.
Vi arrendete, per caso?. Matteo pass lo sguardo da Felice a Narciso e viceversa.
Felice si vers una buona quantit di vino. Ubriachiamoci e basta.
Potremmo sempre visitare un bordello.
Oh, sempre che tu riesca a fartelo rizzare, a quel punto, ritorse Matteo, sollevando l'indice teso e lasciandolo ricadere.
Parla per te, ringhi Narciso.
Calma, voi due. Cinque denari ci basteranno per tutta la notte, e anche di pi. Antonio pos un paio di dadi sul tavolo. Fatti con le ossa della coda di una pecora, se li portava sempre dietro. Chi ha voglia di giocare?, domand.
Svegliati. Una mano stava scuotendo la spalla di Felice.
Perso in un piacevole sogno che riguardava la ragazza del negozio di vini, invece che nel solito incubo su Ingenuo, lui la ignor.
Gli arriv uno schiaffo sulla nuca. Svegliati, fratello. Dobbiamo tornare al campo.
Felice si riebbe, sentendo la guancia premuta sul duro legno. Aveva la bocca secca e la lingua gonfia. Si sollev, ondeggiando. Le strade erano buie. I negozi erano chiusi e la gente di prima era svanita. Antonio gli incombeva addosso, e sembrava ubriaco quanto lui. Matteo e Fabio erano sotto al tavolo e russavano entrambi. Felice si guard intorno.
Dov' Narciso?
A pisciare.
Beviamo un altro po'. Felice si sent biascicare quelle parole.
Antonio rivolse un gesto osceno verso la taverna. L'oste sta chiudendo.  ora di andare.
Ci volle qualche momento per far svegliare a calci Matteo e Fabio, e un po' di pi per trovare Narciso, che era crollato in un vicolo, con l'uccello ancora in mano, e stava dormendo. Alla fine, tuttavia, si radunarono tutti. Dopo aver scolato le ultime gocce di vino dalle coppe e dalla caraffa, si allontanarono ondeggiando lungo la strada. L'oscurit non era totale: alcune case avevano ancora delle torce accese, all'esterno, che illuminavano la strada. Matteo cominci a mugugnare una canzonetta famosa, del tutto stonato. Narciso prov a seguirlo, ma non riusciva a ricordare pi di una o due parole di ogni verso, quindi alla fine smise, disgustato. Notando un'altra taverna, Felice zigzag verso l'entrata. Aveva appena raggiunto la soglia quando Antonio lo tir via.
Andiamo. A letto.
Ho sete, protest Felice.
Avrai gi abbastanza mal di testa, domattina.
Me la caver.
Non dare a Pullone un motivo in pi per farti pulire le latrine.
Il consiglio di Antonio gli arriv al cervello. Non avrebbero dovuto combattere, il giorno dopo, e neanche schierarsi in parata, ma Pullone teneva sempre in attivit i suoi uomini. Borbottando tra i denti, Felice si gir, e sbatt contro qualcuno che usciva dalla taverna.
Ehi, guarda dove vai, ringhi.
Potrei dirti la stessa cosa, ritorse il legionario.
I due si fissarono in cagnesco alla luce rossastra delle torce. Una cicatrice fresca andava dall'angolo dell'occhio dell'uomo fino al suo mento. La mente offuscata di Felice ci mise un po' per riconoscerlo. Lo stesso fece l'astato. Il volto gli si contorse per la rabbia.
Tu!.
Felice piant le mani sul petto dell'astato e spinse forte, facendolo finire di nuovo dentro la taverna. Antonio!
Sono qui.
Guai.
Guardando ancora verso la taverna, Felice e Antonio raggiunsero i compagni.
Potete spiegarmi che succede?, chiese Matteo, mentre l'astato e tre dei suoi amici uscivano in strada. Barbanera era uno di loro, ma Felice non riconobbe gli altri. Avanzarono tutti e quattro, con l'odio negli occhi.
Chi sono quegli stronzi?, sibil Antonio.
Sono quelli che stavano stuprando la ragazzina ad Antipatrea, spieg Felice.
Gli hai lasciato addosso un bel marchio. Il tono di Narciso era acido. Ma non arretr, e neanche gli altri.
Un compagno era un compagno, a prescindere da tutto il resto, pens Felice.
Sapevo che ti avremmo ritrovato, comment lo sfregiato. Era solo questione di tempo.
Avete stuprato altri bambini, da allora?. Felice tir su una boccata di catarro, che fin vicino ai piedi del nemico.
No, ma lo faremo ancora, agli di piacendo. L'astato sogghign. Dov' quella puttana che ci hai tolto?
Fottetevi. Felice si sent riempire di disgusto, ma non poteva fermare certe atrocit, non pi di quanto avrebbe potuto tirare gi la luna dal cielo. Sper che la ragazzina si fosse messa al sicuro: la mattina dopo il saccheggio di Antipatrea, le aveva fornito cibo per qualche giorno e l'aveva mandata dai parenti che diceva di avere in un villaggio vicino.
L'astato tir fuori il coltello. Pagherai per quello che mi hai fatto.
Ripensaci finch sei in tempo, succhiacazzi, ribatt Felice. Siamo in cinque contro quattro.
Quattro uomini contro cinque vigliacchi, ringhi l'astato, ma i suoi amici non sembravano pi tanto sicuri di s.
Stava ancora sogghignando quando Felice raccolse una caraffa da un tavolo all'esterno della taverna e gliela lanci contro. Lo colse a una tempia, mandandolo per terra a contorcersi. Felice snud i denti. Cinque contro tre, ora, vermi. Vi va ancora di combattere?.
Barbanera fece cenno ai due compagni di arretrare. Ti conosciamo, figlio di puttana, e conosciamo anche i tuoi compagni, ora. Farai meglio a dormire con un occhio aperto, da ora in poi.
Felice gli lanci un'altra caraffa; Barbanera si abbass e il contenitore si schiant contro il muro della taverna. Il rumore fece uscire i buttafuori, che, con movimenti minacciosi delle loro mazze, ordinarono ai legionari di andarsene.
Felice e i suoi compagni si allontanarono lungo la strada. Sollevando lo sfregiato ancora mezzo svenuto, gli hastati se ne andarono dalla parte opposta. Entrambi i gruppi continuarono a scambiarsi insulti finch non si persero di vista.
Bastardi, ringhi Fabio. Avremmo dovuto prenderli a calci.
Non ne vale la pena, rispose Felice. Se fosse arrivato un ufficiale, saremmo finiti nella merda. O qualcuno sarebbe potuto finire accoltellato. E allora ci sarebbe stata un'indagine ufficiale, e gli di solo sanno che altro.
Avresti dovuto lasciar perdere, ad Antipatrea, comment Antonio.
Non cominciare, scatt Felice, sapendo che il fratello aveva ragione.

Capitolo 29.

Pella, Macedonia, tardo autunno del 199 a.C.

Demetrio guard il cielo, mentre lui e i suoi compagni della fila si univano alla folla che andava riversandosi in citt dalla porta nord. Era nuvoloso, e sembrava non dovesse cambiare; tuttavia, non prometteva pioggia. Questo gli piaceva. Ormai l'anno volgeva al termine, ma quando il sole splendeva nel cielo, il caldo era ancora notevole. E, trattandosi dell'oplitodromo, la prestigiosa corsa in armatura, Demetrio avrebbe avuto bisogno di tutti i vantaggi possibili, per sperare di vincere.
L'annuale festa per celebrare il ruolo di Zeus come portatore di vento e tempesta era in pieno svolgimento, bloccando la citt brulicante di gente. Come ogni anno, quasi ogni giorno, per tutto il mese, si svolgevano rappresentazioni teatrali, banchetti e gare atletiche. Zeus, la divinit pi importante nel pantheon greco, era venerato soprattutto in Macedonia. Il suo umore avrebbe determinato la quantit e la gravit delle tempeste sulla regione durante il lungo e buio inverno. Insieme ad altre migliaia di soldati, tutti soddisfatti che le ostilit fossero sospese sino alla successiva primavera, Demetrio aveva partecipato alla cerimonia che dava inizio alle festivit.
Si era celebrata, in modo grandioso, fuori dalle mura cittadine, e aveva visto decine di splendidi tori sacrificati sotto le lame dei sacerdoti. Nessuno aveva protestato per la sua morte, un presagio favorevole che aveva fatto sollevare verso il cielo nuvolo le urla di gioia dei presenti. Si diceva che i nemici greci della Macedonia, come l'Etolia, potevano anche pregare Zeus, ma anche le loro bestie sacrificali si sarebbero immolate al dio in modo tanto docile? No, certo che no: era molto raro non sentire muggiti di protesta, quando il sangue scorreva sul terreno e le teste cadevano. Quindi, Zeus avrebbe favorito la vittoria della Macedonia non solo su Roma, ma anche sull'Etolia.
Il vino offerto da Filippo in quel primo giorno aveva reso le celebrazioni memorabili. Le giovani donne di Pella, a cui gli uomini erano mancati durante la campagna militare estiva, erano state molto... accoglienti, consider Demetrio, con un piccolo sorriso. Non aveva avuto chiss quale fortuna, in quel senso, ma non se l'era cavata neanche male. Non era pi un povero lavoratore del porto che dormiva in strada, bens un falangista, un uomo degno di ammirazione. E non era stato solo il sesso a dimostrargli quell'ammirazione e quel rispetto. I negozianti e i proprietari delle taverne, e anche i ricchi mercanti, lo salutavano con un cenno quando girava per le strade con i suoi compagni. Demetrio ringrazi in silenzio Zeus (per non mostrare mancanza di rispetto) e poi Ermes e Ares per quel cambiamento positivo.
Era bello mischiarsi ai civili, e dimenticare per un po' la vita nell'esercito. A Demetrio, quell'atmosfera ricordava le festivit a cui partecipava da bambino. L stava rivedendo le stesse cose. I bambini giocavano a rincorrersi tra la folla, spesso facendo cadere a terra le loro ghirlande. Le madri ridevano e occhieggiavano i gruppi di muscolosi soldati e contadini che avrebbero preso parte alle corse. Sacerdoti e accoliti restavano in pacato silenzio, con l'eccezione di quelli della lontana Dodona: barbuti e famosi per i piedi sporchi, erano comunque pi altezzosi dei nobili. Vecchi sdentati borbottavano e annuivano, ricordando i tempi lontani in cui erano stati loro a sfidarsi nelle competizioni. Nobili e mercanti panciuti e compiaciuti parlavano a voce alta degli eventi per cui avevano pagato e dei premi in palio.
Lo stadio si pales alla vista poco dopo. Costruito dal padre di Alessandro, si trovava a nord della citt. Era una magnifica struttura di marmo e mattoni che ospitava diecimila persone. Demetrio non ci aveva mai gareggiato, e l'idea di cos tanti spettatori era terrificante. I suoi compagni pi anziani sembravano comunque molto eccitati, soprattutto Filippo, che fletteva i bicipiti a ogni pi sospinto.
L'oplitodromo era una delle corse pi dure. I compagni pi anziani di Demetrio lo consideravano folle per aver deciso di partecipare. Come ci si poteva aspettare, Empedocle era stato quello che l'aveva disprezzato di pi. I veterani non sapevano che, dal loro ritorno dalla campagna estiva, Demetrio si era allenato sulle colline intorno alla citt per tutto il tempo che poteva. Questo non significava che avrebbe vinto qualcosa, tuttavia, pens.
Fu come se Cimone avesse percepito quel dubbio. Ascolta, disse, quando entrarono nell'area riservata agli atleti, sotto le panche degli spettatori. Una grossa porta conduceva agli spogliatoi, ai bagni e ai quadrati per il pugilato e la lotta. I Cretesi. Sono loro, quelli da battere.
Demetrio li osserv. Bassi, leggeri e tutti somiglianti tra loro, come se li avessero creati tutti dalla stessa pietra, i Cretesi erano gli arcieri dell'esercito del re. Le loro capacit atletiche si erano palesate a Ottobolo, quando erano riusciti a stare dietro ai cavalli dei Compagni.
Pensi di poterli battere?. Gli occhi di Filippo scintillavano.
Demetrio sollev il mento. Far del mio meglio.
Questo  lo spirito. Filippo gli assest una pacca amichevole, e a lui sembr di essere stato colpito da una trave di legno. Ci vediamo dopo.
Augurando buona fortuna all'uomo, Demetrio e gli altri si diressero a osservare le prime eliminatorie per la sua corsa, che stavano per cominciare. La primissima si svolse tra i giovani che avevano appena completato l'addestramento militare. Una gara carica di orgoglio quasi fanciullesco, condotta alla massima velocit.
Corrono come se fossero alla finale delle Olimpiadi, comment Cimone. Che sciocchi. Avranno meno fiato per la prossima gara.
La seconda sfida fu tra falangisti. Demetrio la osserv con grande interesse. Chi  quello?, chiese, alla fine, quando il vincitore ebbe superato di due lunghezze il secondo arrivato.
Un uomo dietro di lui lo sent.  Filonide di Berea. Veloce, vero?.
Altri falangisti gareggiarono nella terza corsa, vinta da un soldato dalle gambe lunghe proveniente da Pidna. Ben presto, sarebbe stato il turno di Demetrio. Con gli auguri di Cimone e Antileone nelle orecchie, punt verso il luogo in cui gli atleti si radunavano, sotto gli spalti, dove avrebbe avuto il tempo di spogliarsi e farsi ungere i muscoli d'olio da un altro corridore, prima di indossare l'armatura. Cerc di non pensare al fatto che quattro degli avversari fossero Cretesi. L'ultimo era un falangista che riconobbe, ma di cui non ricordava il nome.
Fortunatamente, non ebbe tempo di preoccuparsi. Indossata la sua nuova cotta di maglia, e portando l'aspide sulla spalla sinistra, oltre ad avere una spada presa in prestito che gli pendeva dal cinturone, Demetrio segu l'ufficiale che li guid fino alla linea di partenza, sotto alla postazione del re. Quando uscirono dal tunnel sotto allo stadio, Demetrio si sent addosso migliaia di sguardi. Lo stomaco gli si strinse e non os guardare verso la folla. I sei corridori si allinearono, con i piedi che premevano sulla sabbia.
I Cretesi erano rinomati per la loro fisicit in quelle gare, e Demetrio immagin che i suoi avversari non fossero diversi dagli altri; stavano rivolgendo sguardi astuti a non finire verso di lui e verso l'altro falangista. Era meglio correre vicino al bordo interno della pista, segnato alle estremit da colonne di pietra e in mezzo da pietre bianche e nere; tuttavia, era anche la zona pi rischiosa, oltre a essere gi occupata dai Cretesi. Demetrio, perci, opt per la posizione pi esterna, accanto al falangista.
Si piegarono, pronti a scattare.
Eraclide gestiva la corsa, in assenza di Filippo. Quando l'ufficiale sulla pista gli ebbe dato il segnale, abbass il braccio.
I Cretesi scattarono rapidi, e Demetrio e il falangista li seguirono, lottando per superarsi a vicenda. I due Cretesi migliori li lasciarono presto indietro, e gli altri due si allargarono, bloccando il tentativo di superarli da vicino. Demetrio pens che dovevano essersi messi d'accordo, mentre aumentava la velocit. Per potersi piazzare, doveva superare i due che bloccavano la pista prima della curva.
Un lampo di dolore gli risal lungo il braccio. Il falangista l'aveva colpito con una gomitata. Quelle mosse erano proibite alle Olimpiadi, ma in quel caso erano pratiche comuni e ammesse. Invece di vendicarsi, Demetrio scatt avanti, lasciandosi l'avversario alle spalle. I due Cretesi in testa si stavano avvicinando alla curva; la paura di non farcela gli diede pi energia. Spostandosi a destra del Cretese che bloccava l'esterno della pista, Demetrio gli scatt al fianco. Poi svolt e prese la curva alla migliore angolazione possibile, mentre l'aspide sfiorava la pietra levigata della colonna. Terzo posto, pens.
Restava solo uno stadio al traguardo, meno di duecento passi. I due Cretesi in testa si erano staccati, ora, con quello pi alto in testa e il compagno poco pi indietro. Nonostante il peso dell'armatura e dello scudo, Demetrio si avvicin al secondo Cretese, i piedi che colpivano la sabbia a un ritmo frenetico. Nervoso, il Cretese si guard alle spalle e Demetrio acceler, riuscendo a spingerlo mentre lo superava. L'altro inciamp, e la corsa rest in mano a Demetrio e all'uomo alto.
Il Cretese in testa cap cosa stava succedendo e tent un ultimo scatto. Demetrio lo segu, spingendo forte con braccia e gambe. La sabbia volava, l'aria sibilava intorno a lui, mentre l'aspide gli colpiva la schiena. La cotta di maglia sembrava pesante come piombo, e lo sforzo di portarla gli faceva sollevare il petto come il martello di un fabbro. Da quella che sembrava una lontananza incredibile, la folla urlava. Demetrio si avvicin. Due passi lo separavano dal Cretese. Posso farcela, pens. Posso superarlo.
Le stelle gli danzavano agli angoli del campo visivo. I polmoni bruciavano e i muscoli dolevano, ma poteva sentire gi il sapore della vittoria. A trenta passi dalla colonna del traguardo, si ritrov testa a testa con il Cretese. Mantenne quella posizione per forse quattro passi. Gli fu davanti per forse cinque, e poi lo vide, incredulo, superarlo di nuovo. Demetrio non ce la faceva pi: non riusc pi a mantenere quel ritmo e rischi che il compagno del Cretese lo raggiungesse. Fu fortunato a finire la gara arrivando secondo.
Con l'orgoglio che bruciava, Demetrio riusc a sorridere quando il Cretese alto gli batt una pacca sulla spalla. Al ritorno, i suoi amici furono ben meno benevoli.
Che corsa stupida, comment Cimone. Non avevi alcun bisogno di cercare di vincere. Ti sarebbe bastato il secondo posto per arrivare in finale.
Antileone annu. Avrai bisogno dell'energia che hai sprecato.
Demetrio si accigli. Lo so.
L'orgoglio, ecco cos' stato, riprese Cimone. Proprio come quei ragazzi di prima.
Aveva ragione, pens Demetrio, sperando che il tempo concesso ai corridori prima della finale gli permettesse di recuperare il fiato.
Ci riusc, per un soffio. Si ritrov contro i due Cretesi, un velocissimo contadino locale e due falangisti, e fece fatica a stare al passo con loro fin dall'inizio. Trovando una riserva nascosta di energie vicino alla curva della pista, riusc a superare il contadino e uno dei falangisti. Il secondo soldato, Filonide di Berea, e uno dei Cretesi si scontrarono intorno alla colonna, dando a Demetrio la possibilit di scattare verso il Cretese in testa. Tent di raggiungerlo, senza successo, per tutto il resto del percorso.
Un secondo posto non  male, comment Cimone, quando lui torn a sedersi, con la sua corona d'olivo. Avresti fatto meglio, per, se....
Lo so, lo so. Sorridendo, Demetrio si godette le lodi di chi aveva intorno. Non avrei dovuto tentare di battere il primo Cretese.
Esatto. Antileone gli offr la sua fiasca di vino.
Demetrio ne prese un gran sorso, godendo della sensazione di calore che gli si spandeva in gola. Si avvolse nel mantello per non prendersi un colpo di freddo. Osservando il pubblico, not Critone ed Eraclide vicini alla pedana del re. Di colpo, quel loro incontro segreto gli torn in mente. Durante l'estate, Critone era rimasto con il re, mentre Eraclide aveva gestito la flotta sulla costa orientale della Macedonia. Per quel che ne sapeva Demetrio, forse stavano parlando delle corse successive, ma non pot fare a meno di sospettare di loro. Quando i due sparirono in uno dei corridoi che conducevano alle varie entrate dello stadio, i suoi dubbi non fecero che crescere.
Dicendo agli amici perplessi che sarebbe tornato subito, si alz dalla panca e si affrett verso l'area dove li aveva visti sparire. Era difficile che qualcuno lo riconoscesse, tra la folla, ma comunque lasci la corona d'olivo agli amici. Con suo grande sollievo, cap che non doveva preoccuparsi. C'erano tanti altri atleti tra la gente sotto agli spalti, e la luce fioca del luogo era perfetta per un uomo che volesse passare inosservato. Demetrio super un gruppo di giovani donne che fingevano, senza riuscirci, di non occhieggiare due Cretesi sorridenti. Esit, sentendo lo stomaco che brontolava, davanti al banco di una donna che vendeva carne di montone allo spiedo, prima di ricordare, ridacchiando, che era nudo, a parte il mantello. La sua borsa era al sicuro con Cimone.
Non c'era traccia di Eraclide e Critone vicino alla scalinata dove li aveva visti dirigersi. Imprecando, Demetrio si spost ai due lati, cercando di non dare nell'occhio mentre osservava i volti dei passanti. Inevitabilmente, fu riconosciuto da un uomo che l'aveva visto correre. Cercando di non essere scortese, Demetrio accett diversi sorsi di vino e pacche di congratulazioni sulle spalle; rise, rassegnato, quando gli fu detto di nuovo che non era stato saggio spendersi in quel modo nelle qualificazioni. Quando la gente nei paraggi cap di avere a che fare con uno dei vincitori delle corse, Demetrio si ritrov circondato, tra strette di mano e congratulazioni.
Quando riusc a districarsi, ormai non sperava pi di trovare Eraclide e Critone. Aveva perso l'opportunit migliore. Rimproverandosi per non essersi mosso pi in fretta, si mosse in direzione della scalinata pi vicina ai suoi amici. Dei cocci rotti sotto i piedi, dovuti a un ubriaco che aveva fatto cadere la sua coppa, lo costrinsero a fermarsi per controllare di non essersi ferito.
Te l'ho detto, dobbiamo farlo adesso.
La voce veniva da una rientranza nel muro a pochi passi di distanza, una delle tante che correvano all'interno dello stadio sotto agli spalti.
 troppo rischioso, disse qualcun altro.
Demetrio si blocc. Critone aveva la voce roboante anche quando cercava di bisbigliare. Contro ogni pronostico, pens il ragazzo, li aveva trovati. Scivolando contro il muro, vi si appoggi con la noncuranza di un uomo che si stava riposando o che voleva occhieggiare le donne di passaggio. Tese le orecchie, ma, frustrato, non riusc a sentire nulla di quello che veniva detto nella nicchia. Rischiando di essere scoperto, si spost di lato di un paio di passi, finch non sent la spalla premere contro il bordo dell'arco di mattoni.
Dobbiamo farlo presto, disse un'altra voce.
Le preoccupazioni di Demetrio si fecero ancora pi intense. Non solo Eraclide e Critone erano con una terza persona, ma stavano complottando qualcosa.
Non ho mai preso ordini da qualcuno che viene dall'Etolia, e non intendo cominciare adesso. Critone sembrava furioso.
Tu farai quello che dico io, e se sono d'accordo con lui.... Eraclide fece una pausa. Devo aggiungere altro?.
Critone borbott tra i denti e tacque.
Demetrio non riusciva a credere che Eraclide si stesse incontrando con uno dei peggiori nemici della Macedonia. Avrebbe voluto gettarsi sui tre per prenderli a pugni, ma avrebbe servito meglio il re ottenendo le prove che il suo ammiraglio e uno dei suoi comandanti di speira stavano cospirando contro di lui. Si mise ad ascoltare, tentando di sentire qualcosa in pi.
Sono d'accordo sul fatto che dobbiamo agire, disse Eraclide.
Prima che il Tarantino potesse dire un'altra parola, Demetrio starnut. Non pot farci niente, fu una di quelle improvvise e imprevedibili esplosioni del respiro. Chin subito il capo e si allontan. Qualcuno gli grid alle spalle, e lui, con il cuore in gola, si infil tra la folla, dieci passi pi avanti e poi una mezza dozzina a destra. Continuando a tenere la testa bassa, si mischi tra la gente, andando avanti e indietro e poi tornando oltre la nicchia, a mento alto e petto in fuori, con l'aria dell'atleta trionfante. La vide vuota; si arrischi a guardarsi alle spalle, ma i cospiratori non erano l.
Il sollievo per non essersi fatto scoprire non dur a lungo. Il re era in pericolo, ne era sicuro.
Ma, senza alcuna prova, a chi poteva dirlo?

Capitolo 30.

Vicino Pella, Macedonia.

Tra le colline sopra la citt, Filippo stava camminando con il reggente Menandro tra gli alti cipressi. Era una mattina limpida e soleggiata, ma, sotto le fronde, serviva il mantello. Aghi e pigne costellavano il terreno, rendendo i loro passi silenziosi. Entrambi avevano con s una lancia, e un arco sulle spalle. Un branco di cani da caccia correva davanti a loro, alcuni da fiuto e altri da avvistamento. Di quando in quando, un uccello allarmato dal loro passaggio si alzava in volo, ma non ci facevano caso. La preda che cercavano era ben pi grossa.
Gli occhi di Filippo andavano spesso al suo cane preferito. Ormai quasi adulto, e chiamato Perita come uno dei cani di Alessandro, aveva zampe lunghe e petto ampio, insieme allo stesso mantello arruffato e striato degli altri. Aveva cominciato a cacciare gi da cucciolo, con un coraggio che superava di gran lunga la sua stazza. Pi piccolo dei suoi fratelli, Perita aveva lottato per avere il latte della madre con una determinazione che aveva scaldato il cuore di Filippo, ricordandogli i suoi sforzi contro tanti nemici. Cos, i suoi cacciatori increduli si erano sentiti ordinare di assicurarsi che Perita avesse la precedenza sugli altri, e, prima di partire per la guerra, Filippo si era preso del tempo ogni giorno per far visita al cucciolo.
Ci troveranno un cervo, maest?, domand Menandro.
Che Artemide ce lo conceda, comment Filippo. Osserva Perita:  proprio dietro al cane da fiuto pi bravo.  come se capisse cosa sa fare.
Mi sembra anche molto veloce, maest.
Un altro anno o due, e potr diventare il miglior cane che abbia mai avuto. L'ironia di quelle parole non sfugg a Filippo. La stagione della guerra era finita, eppure quella era la prima volta che riusciva ad andare a caccia, da quando era tornato a Pella. In primavera, le legioni sarebbero tornate, e gli altri nemici, gli eserciti di Illiria e Dardania, di Rodi e Pergamo, avrebbero iniziato ad avvicinarsi come avvoltoi. Non avrebbe pi avuto molto tempo per cacciare, nel prossimo futuro.
Maest?.
Filippo non risposte.
Le mie scuse, maest. Ti vedo preoccupato.
Filippo sorrise appena.  cos ovvio?.
Lo sguardo di Menandro era consapevole. Stai pensando a Roma, maest.
Non solo a Roma. Ho molti nemici.
Entrambi scoppiarono a ridere. A una cinquantina di passi da loro, Perita si volt a guardarli. Agit la coda e poi torn a seguire i cani da fiuto.
Oh, poter avere una vita cos semplice, comment Filippo.
Sarebbe piacevole, maest.
Filippo sospir. Forse avrei dovuto tentare di tenere le citt-stato dalla mia parte.
Menandro gli lanci uno sguardo sorpreso, ma rest in silenzio.
A parte la Tessaglia e un altro paio di pesci piccoli, la Macedonia  sola, e non avrebbe dovuto. Se l'Alleanza Comune voluta dal mio patrigno fosse ancora in piedi, forse le cose sarebbero diverse, ora.
Sei troppo duro con te stesso, maest. Troppo sangue  stato versato per l'Etolia perch possa essere in pace con la Macedonia, e tantomeno sua alleata. Una volta che ha cercato l'aiuto di Roma, non c'era modo di tornare indietro. Quanto alle altre citt-stato, be', nessuna ha un esercito degno di cui parlare. Il Pireo vicino ad Atene d alla flotta di Roma un rifugio che sarebbe meglio non avesse, certo, ma dubito che gli Ateniesi avrebbero mai considerato di mettere da parte le ostilit con la Macedonia, anche prima dei tuoi attacchi all'Attica e alla Propontide. I giorni di gloria di quella citt sono passati da tempo, eppure ancora agisce come se fosse la migliore di tutte.
Filippo annu. La maggior parte dei Greci considerava i Macedoni dei selvaggi sporchi e fottipecore, e citt-stato come Atene non volevano relazioni amichevoli o alleanze con la Macedonia. Mantenere l'alleanza con l'Acaia sarebbe utile. L'Acaia si trovava a nord del Peloponneso, formando la costa meridionale dello stretto golfo di Corinto.
S, maest. Se dovesse allearsi con Roma, le legioni potrebbero sbarcare vicino ai confini della Tessaglia. Fino a quel momento la piccola flotta achea l'aveva evitato.
Non fanno che lamentarsi delle loro citt che sono sotto il mio controllo. Filippo governava su diversi insediamenti dell'Acaia, resti dei tentativi del suo patrigno di tenere divise Sparta e l'Etolia. Dovrebbero riaverle indietro.
Non starai parlando di Acrocorinto, maest?. La voce di Menandro era allarmata. La fortezza dominava lo stretto istmo di terra che collegava il Peloponneso al resto della Grecia. Notando che Filippo aveva inarcato le sopracciglia, sorrise, sollevato. Quella deve restare alla Macedonia.
E anche le altre Pastoie. La Macedonia sarebbe aperta a sud, altrimenti. Il re si accigli. Sappiamo bene, e l'abbiamo pagato a caro prezzo, che la Calcide  vulnerabile. E anche Demetriade. Con le flotte di Rodi e Pergamo quasi sempre di stanza nelle acque greche, i Romani potrebbero unire con facilit delle navi alle loro, come hanno fatto nell'attacco alla Calcide. Filippo scosse la testa. Un uomo pi saggio avrebbe lasciato in pace i territori di Pergamo e Rodi.
Stavi cercando di reclamare ci che spettava di diritto alla Macedonia, maest.
Filippo ricord che era stato con quelle parole che Eraclide l'aveva convinto. Sospettoso, fiss Menandro e vide sul suo volto sincero che non era un sicofante. S, ma forse avrei dovuto considerare meglio il momento per farlo.
Non potevi sapere che Roma avrebbe iniziato a ficcare il naso nelle faccende interne della Grecia, maest. Se fossi rimasto immobile, scommetto che Pergamo avrebbe iniziato a conquistare i nostri territori. E quei maledetti Rodiesi avrebbero fatto altrettanto.
Meglio attaccare che essere attaccati, eh? Conquista o muori, comment Filippo, ripetendo il vecchio adagio.
Proprio cos, maest. Un re che cerca la pace  un governante debole, dicono, con poco onore. Ma tu sei nato per la guerra, come i tuoi antenati. Nato per guidare il tuo esercito.
Filippo sorrise. Mio valoroso Menandro. Se avessi pi generali come te, avrei ben poche preoccupazioni.
Sei gentile, maest. Ma anche altri diecimila falangisti ci farebbero comodo.
Risero, alleggerendo l'atmosfera pesante calata tra loro.
Prima che questa guerra sia finita, avremo bisogno di ogni uomo in Macedonia capace di reggere un'arma, comment Filippo. E il popolo non ne sar contento.
I tuoi sudditi ti amano, maest. Combatteranno per te, vecchi e giovani.
Allora, Eraclide fa eccezione. Lui, a quanto pare, fa qualunque cosa tranne combattere.
Io non sono un marinaio, maest. Le battaglie navali sono un mistero, per me.
Non hai bisogno di essere diplomatico, Menandro. Neanch'io sono un ammiraglio, ma abbiamo lo stesso numero di navi del nemico. Se  vero ci che dicono dello squadrone di Attalo, ovvero che non c' stato per gran parte dell'estate, la nostra flotta  perfino pi vasta. I nostri marinai non saranno bravi quanto quelli di Rodi o di Roma, ma dannazione, Eraclide avrebbe dovuto fare qualcosa.
Menandro fece per rispondere, ma poi esit.
Parla.
Il Tarantino non mi  mai piaciuto, maest. Per me, non ci si pu fidare di un uomo che tradisce la sua citt. Menandro esit ancora.
Cosa?
Con tutta probabilit, maest,  solo una sciocchezza.
Il re lasci che i cani corressero avanti. Dimmela.
Ieri un falangista  venuto da me. Non solo  preoccupato per Eraclide, ma anche per il comandante della sua speira, un uomo di nome Critone.
Critone l'ammazzacinghiali?  con me da.... Filippo riport lo sguardo sui cani, che adesso uggiolavano eccitati. Da quando nessuno di noi due ancora si radeva il viso.
Lo so, signore. E anche il falangista. Ha chiesto scusa per aver fatto i nomi di Eraclide e Critone. Sono passati mesi, prima che avesse il coraggio di parlarmene.
Filippo aggrott la fronte. Mesi?
Considera la sua posizione, maest.  una recluta giovane, e non ha alcuna prova. Ha rischiato molto, a farsi avanti. Ha visto qualcosa all'oplitodromo, capisci?
E cosa ha detto?
Non molto.
Filippo fece un gesto impaziente. Per le tette di Artemide, Menandro, dimmelo!.
Una mattina dello scorso inverno, maest, il falangista tornava da un turno di guardia fuori dai tuoi alloggi. Ha sentito per caso una conversazione tra Eraclide e Critone riguardo a dei debiti di gioco.
Dovere del denaro a qualcuno non  una forma di tradimento. Se lo fosse, io sarei pi colpevole di chiunque altro. I costi del mantenimento di un esercito sul campo erano immensi, e il bottino degli anni recenti non era andato neanche vicino a colmare il debito che aveva con i banchieri e i prestatori di denaro di Pella, con cui ogni inverno doveva venire a patti. E lo odiava. Maledette sanguisughe, borbott. Va' avanti.
Saprai che Critone ama giocare d'azzardo, maest.
Filippo non lo sapeva, ma comunque annu.
Ha chiesto un prestito a Eraclide.
D'accordo, ma anche questo non  un crimine.
No, maest. Ma allora perch incontrarsi in segreto, in un orario in cui la maggior parte della gente  ancora a letto?.
Menandro aveva ragione, pens Filippo. Che altro ha sentito?
Niente, maest. Critone  andato a chiudere la porta e il falangista si  dovuto ritirare per non farsi scoprire. Ha detto che Eraclide ha parlato di un argomento delicato di cui dovevano discutere. Tutto qui.
Strano comportamento, certo. E questo falangista.... Filippo si controll. Come si chiama? Avanti, dimmelo.
Menandro sembr in imbarazzo. Mi ha chiesto di mantenere segreta la sua identit, maest.
Ma io sono il re!, tuon Filippo.
Si chiama Demetrio, maest.
Come mille altri. Filippo lanci un'occhiata al cane da fiuto in testa alla colonna, che aveva appena latrato. Ed  leale?
Credo di s, maest. Menandro non distolse lo sguardo da quello di Filippo.
Questo Demetrio ha altre prove di ci che sostiene?
Dice di aver visto Eraclide e Critone insieme diverse volte, maest, in particolare all'oplitodromo. Li ha sentiti parlare con un Etolo.
Filippo strinse gli occhi. Di cosa?
Non lo sa, maest. Uno di loro ha detto: Bisogna farlo adesso.
Potrebbe voler dire qualsiasi cosa, comment Filippo. Cosa l'ha spinto a venire da te?
Il timore che, se non avesse fatto nulla, ti sarebbe potuto accadere qualcosa di orribile, maest. Ha detto che la sua vita non vale nulla, in confronto alla tua. Non  molto, maest, ma dovevo parlartene.
Per un po', avanzarono in silenzio.
Filippo decise che avrebbe fatto controllare Eraclide e Critone. Non aveva considerato che il Tarantino potesse essere un traditore, fino a quel momento, ma le informazioni del falangista non dovevano essere prese sottogamba.
Un coro di latrati esplose subito dopo. I cani da fiuto scattarono a correre tra gli alberi, seguiti all'istante da Perita e gli altri.
Filippo fece lo stesso. Sei pronto a un inseguimento?
Le tue gambe sono pi giovani delle mie, maest, replic Menandro con una risata. Ma prover a starti dietro.
I piedi di Filippo scattarono su aghi e pigne, ma aveva gli occhi puntati sui cani pi vicini. Non aveva importanza che stessero inseguendo un cinghiale o un cervo. Era meraviglioso essere l, con soltanto Menandro con lui. Dimenticare la minaccia di Roma e il fatto che uno dei suoi pi importanti consiglieri potesse essere un traditore.

Capitolo 31.

Roma, inverno del 199-198 a.C.

Il gruppo di Flaminino raggiunse la sua destinazione, una grossa villa sul Quirinale. Interrotto da due grandi porte di legno, un lungo e alto muro di cinta dava sulla strada. Ai due lati dell'entrata, delle panche di pietra, ora vuote, permettevano ai clienti di sedersi in attesa del padrone di casa. Con un cenno di diniego, Flaminino indic a Trace di non bussare ancora alla porta di Galba. Non aveva sudato molto, camminando fin l, ma era giusto mantenere le apparenze. Sempre che gli fosse permesso di varcare la soglia, pens. Pasione.
Il segretario si materializz al suo fianco. S, padrone?
Come ti sembro?.
Gli occhi di Pasione si spostarono lungo la sua figura. Sporgendo le labbra, risistem alcune pieghe della toga di Flaminino. Fece un passo indietro e ricontroll. Molto meglio. Poi sollev ancora di pi lo sguardo, e con un Posso, padrone? sistem i capelli su un lato della testa di Flaminino e sorrise. Ecco. L'incarnazione della dignitas.
I cardini cigolarono. Flaminino si gir e vide il portiere di Galba, un enorme Gallo, intento a fissarli con un'espressione perplessa. Imbarazzato, Flaminino lanci a Pasione un'occhiata eloquente.
Il segretario si schiar la gola. Tito Quinzio Flaminino, ex tribuno, propretore ed edile, attuale questore, vorrebbe incontrare il tuo padrone.
Il Gallo non sembr colpito. Un momento, disse soltanto, chiudendo la porta con un fare violento che faceva presagire di non volerla riaprire per loro.
Pasione sibil la sua disapprovazione; Trace sembr infastidito. Flaminino rest calmo. Galba non sapeva che sarebbe andato a trovarlo, quindi era improbabile che il portiere fosse stato appositamente istruito di comportarsi in modo poco educato con lui. Era soltanto un selvaggio che non sapeva fare di meglio. E poi, pens Flaminino, lui aveva cose pi importanti a cui pensare. Galba non aveva motivo di farlo entrare. La loro inimicizia apparteneva al passato, ma non era mai stata risolta. Tuttavia, non poteva fare a meno di tentare anche quella strada, perch le elezioni consolari erano sempre pi vicine e le cose non stavano andando secondo i piani.
Due dei dieci tribuni stavano conducendo una vigorosa campagna in Senato per impedirgli di presentarsi. I loro sostenitori erano meno di trenta, ma crescevano ogni giorno. Quella notizia aveva portato Flaminino a raddoppiare gli sforzi per ottenere voti. Sebbene Galba non avesse avuto successo in Macedonia, aveva comunque la fiducia di un vasto numero di senatori, e il suo supporto sarebbe stato prezioso. Se fare pace con lui era il prezzo da pagare, pensava Flaminino, cos doveva essere.
Con un cigolio di cardini non oliati, la porta si riapr. Questa volta, il Gallo era accompagnato da uno schiavo elegante dall'espressione altezzosa. Dei riccioli neri e unti e la pelle olivastra lo identificavano come un Giudeo. Il suo inchino non fu profondo come Flaminino avrebbe voluto.
Il mio padrone ti d il benvenuto, Tito Quinzio Flaminino. Entra pure.
Certo. Flaminino entr, pensando che quello era solo il primo ostacolo di molti. Pasione, Trace, venite.
I due si affrettarono a seguirlo. Il Gallo si mise in coda al gruppo, e poi torn al suo posto in una nicchia accanto alla porta.
Soddisfatto, poich aveva temuto che Galba non permettesse a Trace di entrare, Flaminino segu il Giudeo in casa. I mosaici erano semplici ma eleganti, e i pavimenti di marmo. Perfino gli affreschi sui muri, che rappresentavano le tipiche piastrelle di marmo rosso scuro, erano stati dipinti da artigiani di grande bravura.
Superarono la piscina al centro dell'atrio e si diressero verso il giardino successivo. Lampade che bruciavano nel tempietto dedicato ai Lari di famiglia illuminavano il luogo. Da sopra l'altare, le maschere dipinte degli antenati di Galba fissarono la piccola processione con quello che sembrava chiaro disprezzo. Flaminino offr una silenziosa preghiera: Vengo con rispetto, per chiedere aiuto al vostro discendente. Cancell, a quel punto, la sua intenzione di usare Trace come mezzo di intimidazione, se fosse servito.
Galba passeggiava tra rampicanti e alberi di limoni. Voltava loro le spalle, in modo deliberato, ma Flaminino rest calmo. Aveva bisogno di Galba molto pi di quanto quest'ultimo avesse bisogno di lui.
A qualche passo di distanza, il Giudeo esord: Il tuo ospite, padrone.
Infine, Galba si gir.
Tito Quinzio Flaminino, questore, qui per vederti, padrone, annunci il Giudeo.
Con un profondo inchino a Galba, e uno molto meno accentuato a Flaminino, si ritir sul sentiero che conduceva dall'altra parte del giardino. In un piccolo atto di ribellione che piacque molto a Flaminino, Pasione e Trace non lo seguirono, finch, con un cenno noncurante del capo, non fu lui a indicare loro di allontanarsi. Era meglio cominciare l'incontro in maniera civile, e comunque Trace sarebbe stato abbastanza vicino da intervenire in modo rapido.
Benvenuto, Tito Quinzio Flaminino, questore. L'enfasi avvertibile che Galba mise sull'ultima parola voleva far sentire con forza tutta la differenza di rango che c'era tra loro.
Bastardo arrogante, pens Flaminino, ma evit con cura di mostrare all'esterno la sua irritazione. Ti ringrazio, Sulpicio Galba.
Gradisci del vino?.
Flaminino esit. L'idea di bere lo attirava, ma voleva mantenere il pieno controllo su se stesso.
La politica  un mestiere che mette sete, comment Galba. Del vino, Beniamino. Poi riport lo sguardo dal Giudeo a Flaminino.  in effetti la politica che ti conduce alla mia porta? A meno che tu non sia venuto a ricompensarmi per gli uomini che sono stati feriti e uccisi dai tuoi scagnozzi due estati fa....
Se sei dell'idea di fare lo stesso per gli uomini che ho perso io, possiamo anche parlarne, rispose Flaminino. Si fissarono come due pugili che si studiano prima di un incontro.
Non pensavo che fosse questo il motivo della tua visita. Quindi, deve essere il primo, riprese Galba, in tono leggero. Il mio sostegno in Senato potrebbe aiutarti nelle prossime elezioni.
Mi leggi dentro con facilit. L'imbarazzo di Flaminino non era del tutto simulato. Si era aspettato di passare attraverso i soliti convenevoli sociali, non quell'approccio diretto. Lo sguardo di Galba gli pesava addosso e, sentendosi a disagio, Flaminino si mosse da un piede all'altro.
Beniamino ricomparve con una caraffa e due bicchieri su un vassoio d'argento. Posando il tutto su un tavolino di pietra con una sola gamba, vers il vino e offr un bicchiere prima al padrone e poi a Flaminino.
Immagino che dovremmo fare un brindisi alla vittoria di Villio in Macedonia, comment Galba, secco.
Alla vittoria in Macedonia, concord Flaminino.
Le sue parole fecero stringere gli occhi a Galba. Bevvero entrambi.
Com'era la situazione, quando sei andato via?, domand Flaminino.
La Macedonia  vulnerabile, replic Galba. Gli Etoli sono stati sconfitti da Filippo, ma il loro odio nei suoi confronti  pi forte che mai. Torneranno a combattere con noi. Atene  nostra alleata e l'Acaia  titubante: baster una spinta nella giusta direzione per farcela amica. Le altre citt-stato non faranno nulla per fermarci, e gli Illiri attendono solo una nostra parola per invadere la Macedonia insieme alle legioni. I Dardani attaccheranno appena le legioni marceranno. A est, Rodi e Pergamo tengono pronte le loro flotte per l'arrivo della primavera. Galba fece una pausa, per poi aggiungere: Il generale che guider le nostre forze in Macedonia nella prossima campagna dovrebbe riuscire a sconfiggere Filippo. Ma lo sai gi, grazie alle tue spie. Non mi sorprende che tu voglia sollevare Villio dal suo incarico di comandante, se diventerai console.
Flaminino sput il vino per la sorpresa.
Lo sapevo!, esclam Galba.
Se sa delle mie spie, pens Flaminino, deve averne anche lui. Mi sembri molto sicuro di sapere ci che penso e voglio. E perch mai, secondo te, vorrei prendere il posto di Villio?.
Galba scoppi a ridere. Ricordo quanto fossi furioso quando sono stato eletto. Lo scorso inverno non hai potuto partecipare alle elezioni per la tua malattia. Tentare per il terzo anno di seguito  una cosa fuori dalle consuetudini: di solito, chi non vince l'elezione a console attende per qualche anno, ma tu invece no. Hai un'altra motivazione, e sei un ellenofilo. Mi pare logico che tu voglia essere il generale che conquister la Macedonia e porter la Grecia sotto il controllo della Repubblica.
Il bastardo sta giocando con me, pens Flaminino, furioso, ma sono io quello che ha qui Trace, mentre lui ha solo Beniamino il Giudeo.
Mi sbaglio?, incalz Galba.
No, non sbagli, ammise Flaminino.
Perch mai, in nome di Giove, dovrei aiutarti a ottenere ci che io non posso avere?. La voce di Galba, a quel punto, fremette di rabbia.
Villio ti ha messo i bastoni tra le ruote per potersi prendere la gloria. Non puoi farci niente, rispose Flaminino, per poi aggiungere, secco: E il compito di sconfiggere la Macedonia non  pi tuo.
Galba era cupo in volto. Neanche tuo.
Se mi sosterrai alle elezioni, potrai prenderti la tua vendetta su Villio.
La vendetta  sopravvalutata. Non vedo alcun vantaggio nel fare ci che mi chiedi.
Le ricchezze della Grecia saranno ai piedi del generale che conquister la Macedonia, e in parte sarebbero tue. Ho pensato che un migliaio di migliaia di denari, per un anno, e per i primi cinque anni dopo la sconfitta di Filippo, potrebbe essere una ricompensa accettabile. Era una somma sconvolgente, perfino per un uomo della ricchezza di Galba, e Flaminino era pronto a raddoppiarla.
Quattro migliaia di migliaia di denari, per dieci anni. E voglio essere uno dei tuoi legati, ribatt Galba. Come sai, il vero lavoro comincer dopo la sconfitta di Filippo. Posizionare sul luogo fazioni a favore dei Romani per controllare le citt-stato greche, piegare le pi ribelli, e cos via.
Intendevo farlo da solo, tutto questo, fece presente Flaminino, secco. O con gli uomini di mia scelta, pens.
Ma ora ci sar io ad aiutarti. I denti di Galba erano anneriti e storti.
Due migliaia di migliaia di denari, per dieci anni. E sarai legato, ma solo per un anno.
Ti ho fatto sapere le mie condizioni, ribatt Galba. E tu le accetterai
Flaminino si alter. Non puoi costringermi!.
Mi domando, comment Galba, in tono noncurante, cosa penser il Senato di un uomo che si incontra in segreto con degli ambasciatori stranieri. E che ha cospirato per mantenere l'Etolia neutrale per il suo guadagno personale.
Di che stai parlando?, esclam Flaminino, serrando le mani dietro la schiena in modo che Galba non le vedesse tremare.
Altri, a Roma, hanno delle spie, non solo tu. La voce di Galba era carica di scherno. Il giorno in cui ti sei incontrato con Metrodoro, l'ambasciatore dell'Etolia, sei stato seguito non solo da quei tagliaborse che quel bue della tua guardia del corpo ha sistemato, ma anche da un mio uomo. Metrodoro  sparito prima di poterlo interrogare, ma il mero fatto che tu l'abbia incontrato mi ha insospettito, e, mesi dopo, quando gli Etoli sono rimasti neutrali, con un completo voltafaccia, ho capito che era stata una tua idea.
A Flaminino sembr che il mondo gli si sgretolasse sotto i piedi. Se quelle informazioni fossero venute fuori, sarebbe stato processato per tradimento. Nel migliore dei casi, si sarebbe potuto aspettare una vita in esilio, ma con tutta probabilit, l'avrebbero costretto a suicidarsi. Non puoi dimostrarlo. Nessuno ti creder.
Hai detto tu agli ambasciatori di Rodi e Pergamo cosa dire al Senato. Ho delle dichiarazioni scritte di entrambi a dimostrarlo, rivel Galba. Che effetto farebbe, se si sapesse?
Ma  successo tre anni fa!, sbott Flaminino, sempre pi sconvolto. Perch non hai mai detto niente, se lo sapevi?
Ho imparato a tenere nascoste al sicuro simili gemme, fino al momento giusto per usarle, che  adesso, rispose Galba. Per diventare legato in Grecia, e controllare una citt come Atene, per esempio: mi sembra una ricompensa adeguata.
Non dirai nulla dei miei incontri, lo minacci Flaminino.
Certo che no, se tu accetterai le mie condizioni. Tutte.
Trace. Era il momento di intimidire il suo avversario, pens Flaminino. La minaccia di qualche osso rotto avrebbe fatto s che Galba tenesse a freno la lingua. Avrebbe sostenuto la sua candidatura alle elezioni e il pagamento di una somma pi ragionevole di quelle che domandava. E non sarebbe stato neanche un legato: quell'idea era del tutto insensata.
Galba fece un cenno verso Beniamino. Flaminino non se ne cur. Quando il Giudeo fosse riuscito a chiamare il Gallo alla porta, Trace avrebbe gi avuto tutto il tempo di puntare una lama alla gola di Galba, e i due schiavi non avrebbero potuto fare nulla.
Flaminino si gir, cercando Trace. L'uomo era a met strada rispetto a loro, sotto il porticato, con il bastone rinforzato gi in pugno. Flaminino sorrise. Quando Beniamino lo segu, invece di correre verso la porta, non pens che fosse importante. Il Giudeo non poteva rappresentare una minaccia, essendo un terzo della sua guardia del corpo. Ma poi, con orrore, Flaminino not il lungo e sottile coltello che Beniamino stringeva in mano.
Il suo grido di avvertimento port Trace a voltarsi, ma fu troppo lento. E fu troppo tardi. Aggraziato come un ballerino, Beniamino scatt avanti, e il suo braccio si sollev. La lama cal un attimo pi tardi. Lo pugnal due volte, e due volte il sangue sgorg a fiotti dal collo forte di Trace. Quando tent di colpirlo con il bastone, il Giudeo si mosse rapido e gli fin di nuovo alle spalle. Ancora due pugnalate. Altri schizzi color cremisi finirono sui rampicanti. Trace scosse la testa, ruggendo di rabbia. Barcoll e croll su un ginocchio. Una schiuma rossa gli si form sulle labbra. Mentre Beniamino chiudeva le distanze per la terza volta, il gigantesco Trace gi rotolava sul pavimento di pietra.
Flaminino distolse lo sguardo, ma non pot evitare di sentire il rumore umido e sordo del coltello del Giudeo, n i gemiti di Trace ogni volta che la lama lo colpiva.
Pensi di potermi minacciare in casa mia?. La voce di Galba era gelida.
Flaminino immagin le proprie mani strette intorno al collo magro di Galba... ma poi vide Beniamino uccidere anche lui. Mi dispiace, sussurr.
Oh, e ti dispiacer molto di pi. Ora le mie condizioni sono raddoppiate.
Le accetto comunque, rispose Flaminino, a fatica. E se, per qualche motivo, non riuscissi a sconfiggere Filippo?
Far in modo che il Senato sappia di tutti quei tuoi loschi incontri con gli ambasciatori stranieri
Galba mi roviner se vinco, ma sar comunque rovinato se fallisco, pens Flaminino.
Molto bene, disse ad alta voce.

Capitolo 32.

Pella, Macedonia.

Era una giornata fredda, e il vento soffiava gi dalle montagne innevate a nord e a ovest, ululando tra le strade della citt. Nonostante il gelo invernale, Pella era in piena attivit. I carrettieri litigavano per chi avesse la precedenza in strada. I fabbri battevano il metallo sulle loro incudini. Controllati da un capo, degli operai ricostruivano un muro crollato. Il vapore si sollevava dai dorsi delle pecore nel recinto del cortile di un macello. Le matrone si scambiavano pettegolezzi sulle porte delle case; i bambini correvano in giro, giocando e strillando, come fanno sempre i bambini.
Con addosso i loro mantelli pi pesanti, Demetrio, Cimone e Antileone vagavano tra la folla. I tre erano in licenza e avevano bevuto. Se non altro, pens Demetrio, era riuscito a convincere gli amici ad andare prima in palestra. Si era rifiutato di accettare la proposta di Cimone di andare in una taverna subito dopo la colazione; ne era seguita una discussione, ma alla fine aveva avuto la meglio sui compagni. Dopo una rapida corsa - Demetrio aveva superato senza fatica gli altri due - si erano cimentati nella lotta, e Antileone aveva vinto quasi tutti gli incontri. Da quando si era battuto con Empedocle, Demetrio si considerava piuttosto bravo nel pancrazio, ma, nello scontro iniziale, Cimone l'aveva sorpreso con una presa a forbice intorno alla vita. Soffocato e incapace di respirare, Demetrio aveva dovuto concedergli in fretta la vittoria. Poi l'aveva ripagato con gli interessi, battendolo due volte di seguito, ma comunque ancora si malediceva per quella sconfitta.
E adesso, pensava, cupo, il suo socievole amico l'avrebbe fatto bere fino a piombare sotto al tavolo. Non che non gli piacesse bere, tutt'altro, solo che non apprezzava il dover cercare a tutti i costi di ubriacarsi a ogni occasione. Il mal di testa e la nausea derivanti da un'ubriacatura erano mille volte peggio di quando un uomo doveva remare dall'alba al tramonto. E lo stesso si poteva dire dell'addestramento e le esercitazioni, nonch, senza dubbio, delle battaglie.
Questo mi sembra un buon posto, dichiar Cimone, autoproclamatosi capo di quella spedizione a caccia di vino, fermandosi davanti alla porta di una taverna.
Demetrio alz lo sguardo all'insegna, che aveva visto giorni migliori. Nonostante la pittura sbiadita e piena di crepe, riusc a riconoscere un sorridente Dioniso semisdraiato, circondato da viti piene di grappoli. Delle menadi danzavano intorno alla divinit; un albero di fico si intravedeva sullo sfondo. Non  peggio degli altri, immagino, comment.
Cimone apr la porta. Un soffio d'aria calda li colp in faccia, carico dell'odore del vino, della carne arrostita e del sudore di molti uomini. Riesco a vedere un tavolo, afferm.
Guidaci, disse Antileone. Il primo giro lo offre il nostro campione di pancrazio.
Il campione che io ho battuto?, sogghign Cimone.
S, proprio quello. Antileone lanci un'occhiata a Demetrio, sperando che reagisse.
Roteando gli occhi, lui si spinse avanti. Andiamo, razza di piedi sporchi che non siete altro.
Man mano che passava il tempo, dovette ammettere che la scelta di Cimone era stata giusta. La taverna era vecchia e diroccata, ma il vino era accettabile, e il cibo - pane appena sfornato, olive e un formaggio di pecora molto saporito - molto migliore. Due musicisti, uno con la lira e l'altro con il doppio flauto, suonavano musiche allegre. Al centro della stanza, i tavoli erano stati spostati per permettere a chi lo desiderasse di ballare. Cimone e Antileone non si erano fatti sfuggire l'occasione, attirati in mezzo agli altri che danzavano da prostitute discinte. Demetrio, goffo anche da sobrio, aveva declinato ogni proposta di unirsi a loro, ma alla fine non riusc pi a trattenersi.
Questa canzone la vivo e la canto, e quando sar morto, mettete la lira ai miei piedi e i flauti sopra la testa. Suona, suona quel flauto!. A braccetto, urlarono quelle parole con tutti gli altri.
Quando i musicisti si fermarono per prendersi una pausa, gli amici, rossi in faccia e sudati, furono ben lieti di sedersi. Posarono con forza le coppe vuote sul tavolo, per attirare l'attenzione delle cameriere. Altro vino!, rugg Antileone alla prima che si gir verso di loro.
Lei si avvicin, tutta fianchi e seno, e Antileone se l'attir in braccio. La ragazza protest, ma con un sorriso. Cimone si avvicin subito.
Ci risiamo, pens Demetrio, mentre l'invidia lo afferrava. Invece di tentare anche lui di conquistare la ragazza con gli amici, cominci a origliare la conversazione al tavolo accanto, occupato da quattro operai, carpentieri e costruttori, dalle facce segnate dalle intemperie, dalle mani callose e dai chitoni sporchi.
Il teatro?, sbuff l'uomo pi vicino, dalla barba cespugliosa. E chi ha voglia di starsene seduto per ore ad ascoltare degli attori che sputano stronzate?
Barbaro, borbott l'uomo accanto a lui. Il ricco arazzo della vita  l, mostrato sul palco. Tragedie e commedie, politica, amore, sesso e umorismo.
Le battute sono orribili, comment l'uomo barbuto, sorridendo quando gli altri annuirono.
Alcune sono divertenti.
Non molte, dichiar l'uomo barbuto.
Bevi abbastanza, e ti faranno morire dal ridere, controbatt l'altro. Ho sentito dire che la vecchia commedia che danno oggi pomeriggio  molto divertente. Le rane dovrebbe essere una tra le migliori di Aristofane, o cos dicono.
Demetrio ne fu sorpreso: l'unica commedia che avesse mai visto era stata quella, offerta da un gruppo di attori itineranti nel suo villaggio. L'aveva affascinato, e si sent pieno di gioia all'idea di poterla rivedere.
Anche se volessimo andare, non ci sar neanche un posto libero al teatro, intervenne un terzo uomo. Ci sar il re, ad assistere alla rappresentazione di oggi.
La gente non ha pazienza. Nel pomeriggio ci sono sempre dei posti liberi, sugli spalti pi in alto, replic l'uomo barbuto.
I suoi compagni risero, senza considerare quel suggerimento, ma l'interesse di Demetrio si fece ancora pi intenso. Aveva una gran voglia di vedere quella commedia; e l'opportunit di rivedere anche Filippo la rendeva un'occasione irresistibile. Inoltre, al teatro poteva esserci anche Eraclide, e forse avrebbe avuto l'opportunit di spiarlo. Demetrio si sporse verso gli amici. Antileone aveva appena lasciato andare la cameriera, che stava dicendo ad alta voce che se non si fosse rimessa a lavorare, il padrone l'avrebbe buttata fuori. Cimone le disse di mandarlo da lui.
Lo rimetteremo al suo posto, vero, fratelli?, esclam.
Andiamo al teatro, interloqu Demetrio. Fanno una commedia.
Antileone lo guard come se avesse perso la ragione.
E andarcene da questa bella taverna calda?. Accenn con la testa alla cameriera, che lo stava guardando. Le piaccio. Dammi un paio d'ore.... Ammicc. Ha una stanza.
Immaginando l'ennesima notte in cui Cimone spariva e Antileone se ne tornava all'accampamento troppo presto, Demetrio decise che non avrebbe accettato un no come risposta. Gli ci volle un po', tanto che finirono un'altra caraffa di vino, e dovette promettere agli amici il primo giro in qualsiasi osteria avessero trovato dopo la rappresentazione teatrale, ma alla fine li convinse.
Raggiunto il teatro, i tre amici scoprirono che il secondo atto de Le rane era appena finito. Sapendo che l'interludio musicale del coro avrebbe permesso di trovare un posto libero, Demetrio fece cenno ai compagni e scivol oltre il corridoio che dava sull'orchestra, lo spazio circolare davanti al palco. Sent il cuore accelerare i battiti, notando Eraclide seduto proprio l davanti. Secondo il protocollo, le guardie di Filippo si trovavano accanto all'entrata dove adesso era Demetrio, e a quella di fronte. Nessuna era molto vicina al re.
Muovetevi!, sibil l'usciere, che li aveva seguiti dentro. E cercate di sbrigarvi: il coro non durer ancora a lungo.
Demetrio controll che gli amici fossero pronti, e poi attravers rapido l'orchestra. Il posto migliore da cui poter vedere Filippo sarebbe stato in alto e alla sua destra. Ignorando gli sguardi infastiditi e i sibili del pubblico - come Antileone gli aveva ripetuto pi volte, lungo la strada, era considerato un atto irrispettoso entrare nel teatro a met di una rappresentazione, che fosse una commedia o una tragedia - Demetrio sal le scale in fondo al teatro due gradini alla volta.
Il Fato era di buonumore. Vicino alla sommit della gradinata, not tre posti, proprio accanto alle scale. Borbottando delle scuse a chi c'era intorno, Demetrio si sedette con gli amici. Il terzo atto cominci poco dopo, e il coro reintrodusse i personaggi principali in scena. Degli applausi accolsero l'arrivo di Dioniso, e Demetrio ridacchi. L'attore che interpretava il dio del vino aveva un'enorme pancia; sotto il chitone macchiato si protendeva un grosso pene eretto. La maschera barbuta che indossava offriva un ampio sorriso lascivo. Il pubblico fischi e rumoreggi contro Ade, vestito di nero e con il volto crudele, e sghignazz nel vedere Euripide ed Eschilo, entrati in scena per ultimi, accompagnati da un'ironica cacofonia del coro. Poi cal il silenzio.
Qual  la storia?, chiese Cimone, a voce non troppo bassa.
Un uomo nella fila dietro di loro schiocc la lingua.
Demetrio si pieg in avanti, cos che entrambi gli amici potessero sentirlo, e sussurr: Dioniso  sceso negli inferi....
Che cosa stupida da fare, borbott Antileone.
Demetrio gli lanci un'occhiataccia. Come dicevo, Dioniso entra nel Tartaro per riportare indietro Euripide....
Il famoso drammaturgo?, domand Cimone.
Proprio lui, conferm Demetrio.
Shhhh, sibil qualcuno.
Antileone sembr confuso. E cosa ci fa nel Tartaro?
Non ha importanza, spieg Demetrio a denti stretti. Euripide  l. E anche Eschilo. I due stanno facendo una gara di poesia: il vincitore sar incoronato re dei poeti. Dioniso finisce per fare il giudice della gara, ma non riesce a decidere chi....
In nome di Zeus, volete stare zitti?, borbott l'uomo che aveva schioccato la lingua. Alcuni di noi stanno cercando di guardare la commedia.
Uno scoppio di risate dal pubblico venne in aiuto degli amici; Demetrio us il rumore per raccontare il resto della storia, prima di sistemarsi comodo per godersi la rappresentazione. La produzione era di livello molto pi elevato della versione rozza che aveva visto da bambino. C'erano anche pi battute, e cap che gli attori itineranti forse non conoscevano l'intero copione. Comunque, le battute migliori c'erano tutte, ed erano divertenti come le ricordava, mentre la musica irriverente suonata dal coro era perfetta per accompagnare Dioniso e il malevolo e infuriato Ade.
Anche i suoi amici si stavano divertendo. Per qualche motivo, Cimone aveva preso in simpatia proprio Ade; ogni volta che il dio parlava, lui scoppiava a ridere senza freni. Antileone, invece, si era fatto pi serio del normale e ascoltava ogni parola con grande concentrazione.
Demetrio tenne d'occhio Filippo, che era di ottimo umore, e rideva a ogni battuta. I taglienti commenti politici, che il direttore della commedia aveva osato cambiare per riflettere proprio il re, sembravano divertirlo; un commento satirico l'aveva visto battersi una pacca sulla coscia e condividere la battuta con i nobili che aveva al suo fianco. Eraclide, invece, era rimasto sempre sulle sue, con un'espressione implacabile sul volto, cosa che aveva turbato Demetrio.
La luce aveva iniziato a lasciare il cielo, quando la commedia fin. Degli applausi scroscianti piovvero sui quattro attori, che si muovevano sul palco, inchinandosi al pubblico. Dioniso mostr il fallo in segno di ringraziamento, cosa che quasi fece esplodere il teatro per le risate. Quando le grida e gli applausi cessarono, il re fece cenno all'attore che aveva interpretato Euripide di avvicinarsi. Tutti tacquero: era stato lui a fare i commenti satirici su Filippo.
Lo ricompenser o gli taglier la testa?, bisbigli Cimone.
Antileone ridacchi. Filippo ha uno spiccato senso dell'umorismo. Sono sicuro che quell'attore stia per ricevere una borsa piena di monete d'argento.
Antileone aveva ragione, pens Demetrio, ricordando la generosit di spirito di Filippo quando lui era stato messo all'angolo dai frombolieri. Stava gi pensando in quale taverna dirigersi a quel punto, quando port lo sguardo su Eraclide. L'ammiraglio aveva un'espressione strana sul volto, come quella di un uomo che non sapeva decidersi su qualcosa. Di colpo, cambi, indurendosi. Gli occhi di Eraclide si spostarono tra la folla riunita intorno al re e a Euripide, e annu.
Demetrio scatt in piedi e corse gi dalla scalinata prima ancora di rendersene conto. Le grida confuse dei suoi amici gli risuonarono alle spalle, mentre spingeva i presenti e si faceva strada tra loro. Era impossibile muoversi in fretta, mentre tutti se ne andavano nello stesso momento dal teatro, cos, frustrato, si arrampic sulla fila centrale di posti e inizi a saltare dall'una all'altra. Vide Eraclide che puntava gi verso il corridoio su un lato dell'orchestra, cosa che rafforz in lui il sospetto che il re fosse in pericolo. Stava per urlare un avvertimento, ma poi ci ripens. Le guardie, che avanzavano verso il re, avrebbero potuto scambiare lui per l'assassino. Doveva avvicinarsi di pi.
Salt oltre due file di sedili e quasi cadde, ma riusc a mantenere l'equilibrio. Pi sicuro, salt sulle ultime sei e atterr sulla pavimentazione sabbiosa dell'orchestra. Qualcuno gli lanci un'occhiata curiosa, ma nessuno lo ferm.
Con il cuore in gola, studi le persone pi vicine al re. Filippo stava avendo un'animata conversazione con l'attore che aveva interpretato Euripide. Intorno a lui c'erano perlopi nobili, che sembravano ascoltare con interesse il discorso; nessuno di loro sembrava pronto a commettere un omicidio. Demetrio si avvicin al gruppo, ma non gli sembr di vedere nessuno fuori posto. Inizi a chiedersi se non avesse esagerato il significato del cenno di Eraclide. Forse quel figlio di puttana stava solo salutando un amico o un alleato.
Stava per desistere e tornare dagli amici, quando una figura vicina al re attrasse la sua attenzione. Teneva la testa bassa e, al contrario dei nobili che ascoltavano la conversazione, immobili, si stava spostando verso Filippo. Demetrio si sent cogliere dal panico: forse non si era sbagliato. L'uomo distava circa cinque passi dal re, mentre lui era al doppio della distanza. Abbassando una spalla, caric in avanti. Ignor i volti sorpresi e i commenti infuriati.
Dopo tre passi, grid: Sei in pericolo, maest!.
Quell'urlo port la figura sconosciuta a sollevare la testa, guardandosi intorno. Due occhi freddi incontrarono quelli di Demetrio, che cap subito di non essersi sbagliato. L'uomo torn a girarsi verso il re. Ormai disperato, Demetrio spinse via un nobile segaligno. Lanciandosi in avanti, afferr l'assassino intorno alla vita e, con l'altra mano, tent di disarmarlo.
Attento, maest!, riusc a urlare, prima che cadessero entrambi a terra, avvinghiati.
La sua presa era stata imprecisa; l'assassino liber la mano che serrava il coltello nel momento stesso in cui piombarono a terra. Muovendo il braccio indietro, tent di pugnalare pi volte Demetrio. Il giovane sent una serie di punture, come quelle delle vespe, lungo il fianco, ma non vi prest importanza. Serr la presa sulla vita dell'uomo e tent di bloccargli le gambe in una mossa di pancrazio, ma quello si divincolava come un serpente e riusc quasi a liberarsi. Il pugnale scintill sopra Demetrio, che pens di essere morto.
Ma in quel momento, altri, tra la folla, agirono.
Qualcuno grid: Guardie!.
Diversi uomini scattarono avanti.
Due afferrarono il braccio dell'assassino; un altro gli strapp la lama dalla mano. Ci fu un violento tafferuglio, ma, nel giro di una dozzina di battiti, l'assassino era disteso a terra con un sandalo premuto sul collo e la spada di una guardia del corpo puntata sotto l'occhio. Demetrio tent di alzarsi, ma un calcio in faccia lo fece finire sulla schiena. Ricordando il pestaggio dei frombolieri, il ragazzo si raggomitol su se stesso e si prepar al peggio.
Fermi, idioti! Quell'uomo mi ha salvato!. La voce infuriata che sent era quella di Filippo.
Non ci furono altri colpi. Demetrio riapr gli occhi e vide il re che si piegava su di lui, con un'espressione preoccupata sul volto attraente. Si fissarono; di colpo, Filippo sembr riconoscerlo: Per tutto ci che  sacro! Sei tu.
Demetrio fu costretto a sputare una boccata di saliva mista a sangue, prima di riuscire a rispondere. S, maest.
Filippo gli tese la mano e lo aiut a rialzarsi. Poi abbass lo sguardo. Sei ferito.
Fu solo in quel momento che Demetrio sent il dolore. Port una mano al fianco, e la ritrasse appiccicosa di sangue. Non  niente, maest. Io....
Di colpo, tutto si fece buio.
Demetrio torn lentamente cosciente, come se nuotasse verso la superficie dalle profondit di uno stagno. Uscito da quell'oscurit, annasp, riempiendosi i polmoni d'aria.
Piano, mormor una voce calma.
Demetrio apr gli occhi. Era disteso in uno strano letto. Le sue dita sorprese sfiorarono lenzuola di stoffa preziosa. Sopra di lui, un soffitto affrescato gli fece capire che era molto lontano dalla sua tenda. Un dolore pulsante al fianco gli ricord che non aveva sognato il tentato assassinio del re. Gir la testa e not un uomo dai capelli grigi seduto accanto a lui.
Dove sono?, gracchi.
Al palazzo.
Demetrio lo guard, confuso. Al palazzo? Io....
Bevi. Il chirurgo gli port una coppa alle labbra. Calmer il dolore e ti far dormire.
Demetrio deglut un paio di sorsi del liquido amaro, obbediente. Stremato da quel piccolo sforzo, torn a posare la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.
Quando si risvegli, c'era il re chino su di lui. Demetrio lott per mettersi seduto e inchinarsi a lui.
Maest. Perdonami....
Filippo sollev una mano. Sta' tranquillo.
Demetrio si afflosci di nuovo sul materasso. Sei ferito, maest?
Io?. Filippo sorrise. No, grazie a te.
Demetrio non pot esimersi dal restituirgli il sorriso.  una notizia meravigliosa, maest.
Tu hai agito quando nessun altro l'ha fatto. Ero circondato dai miei cortigiani, e nessuno ha visto niente. Sarei morto di sicuro. Davvero, sono stati gli di a mandarti, Demetrio...  questo il tuo nome, giusto?
S, maest.
Il pastore diventato rematore. Il rematore diventato falangista. Il falangista che ha salvato un re.
Demetrio arross fino alla radice dei capelli.
Le tue ferite non sono gravi, e ne sono molto lieto.  stato un bene che tu sia saltato sulla schiena dell'assassino: non  riuscito a pugnalarti come voleva. Il chirurgo ha ricucito i tagli pi profondi. Forse perderai un dente davanti, grazie a quell'idiota che ti ha preso a calci. Ma la multa che gli ho imposto, ed  una grossa somma, sar tua.
Maest, io....
Cos ho deciso, dichiar Filippo. Cos'altro posso fare per te?.
Demetrio boccheggi, in cerca di qualcosa da dire, e alla fine rispose: Non ho bisogno di nulla, maest. Servirti nella falange  un onore sufficiente, per me.  sempre stato il mio sogno.
Se tutti gli uomini fossero cos modesti, comment Filippo, ridacchiando. Mi  stato detto che sei vicino alla fine della fila, e che il tuo equipaggiamento  minimo.
Demetrio si sent assalire dalla vergogna. S, maest.
La mia armeria  a tua disposizione. Come minimo, devi avere l'equipaggiamento e le armi di un falangista della prima fila.
G-grazie, maest, balbett Demetrio, deliziato. Ti sono debitore.
Ho gi inviato ordini al tuo capofila. Quando tornerai alla speira, sarai in sesta fila. Vorrei poterti mettere pi avanti, ma ancora manchi di esperienza... giusto?
S, maest. La voce di Demetrio si era fatta roca. Questa promozione ... ecco... non so cosa dire.
Il re si accigli appena. Non sei contento?
Certo che s, maest!  pi di quanto potessi mai chiedere, ma... ma non mi sento degno della promozione. Riusciva gi a immaginare i commenti caustici di Empedocle; e altri, nella fila, avrebbero avuto da ridire, ne era certo.
Filippo sbuff. C' un mucchio di veterani che non ha mai fatto quello che hai fatto tu. Direi che ti sei meritato questo premio.
Demetrio chin il capo, mentre un lampo di violenta esaltazione lo riempiva. Si sarebbe dimostrato degno della fiducia del re, a qualunque costo. Grazie, maest.
 incredibile che tu sia riuscito a vedere l'assassino, quando nessun altro si era accorto di lui. Hai pensato che ci fosse Eraclide, dietro al tentativo?. Filippo not lo sguardo perplesso di Demetrio. Menandro mi ha raccontato dei tuoi sospetti.
Ecco, ci siamo, pens Demetrio, con il terrore che lo assaliva. Era gi stato abbastanza terrificante avvicinarsi a Menandro. C-credo che il traditore fosse lui, maest.
Raccontami tutto, gli ordin Filippo.
Demetrio tir fuori tutta la storia: di come avesse sentito per caso i discorsi di Eraclide e Critone; di come si fosse confidato con Simonide; di come li avesse spiati di nuovo ai giochi; e di come alla fine avesse raccontato tutto a Menandro, prima di ritrovarsi al teatro, con ci che aveva visto.
 stato l che ho deciso di avvicinarmi il pi possibile a te, maest. Demetrio esit, rendendosi conto di quanto potesse sembrare assurdo che avesse capito che il cenno di Eraclide significasse che il re era in pericolo. So che sembra ridicolo, maest....
La tua storia  sensata, per me, ed  stata confermata dall'assassino. Lo sguardo di Filippo era cupo. Sembra che debba ringraziarti ancora.
Sono al tuo servizio, maest. Demetrio esit, prima di domandare: Ma l'assassino, dunque... ha confessato?.
Un sorriso spietato. Prima di morire, ha cantato come un uccello.
Non sorprendeva che quell'uomo fosse morto, consider Demetrio, con cupa soddisfazione. Stanco e privo di energie, torn a sdraiarsi sul letto.
Riposa, ora. Filippo si alz, agile come un gatto.
Demetrio si stava domandando cosa sarebbe accaduto a Eraclide e Critone, quando il sonno lo colse.
Due giorni dopo, Demetrio era seduto nel cortile accanto alla sua stanza, ancora sorpreso di trovarsi nel palazzo reale. Il chirurgo veniva a controllarlo mattina e sera, e il cibo e le bevande che gli portavano erano i migliori che avesse mai assaggiato. Tuttavia, gli mancavano i suoi compagni.
Con sua sorpresa, il re ricomparve alla sua presenza. Indossava un himation decorato; dalla semplice cintura di cuoio pendeva un pugnale chiuso in un fodero smaltato. Sembrava un nobile come tanti, consider Demetrio, a parte i suoi occhi, che scintillavano di astuzia e intelligenza. Si alz in piedi, con una smorfia, quando le ferite protestarono per l'improvviso movimento.
Maest. Si inchin.
Non sei ancora del tutto guarito.
Ma ci sono quasi, maest.
Il chirurgo la pensa in modo diverso.... Filippo ebbe un mezzo sorriso. Ma credo che tu non veda l'ora di tornare dai tuoi amici, dico bene?
Non ti  difficile leggermi nei pensieri, maest.
Tornerai alla tua speira, pi tardi, dichiar Filippo. Ma prima, vorrei che mi accompagnassi.
Ovunque tu voglia, maest, rispose Demetrio.
Il re non aggiunse altro: si limit a girarsi e a uscire dal cortile.
Demetrio si affrett a seguirlo.
Gli occhi di Demetrio si spostarono lungo lo stretto corridoio da cui erano venuti, e tornarono alla bassa porta rinforzata davanti alla quale Filippo si era fermato. Mai prima di quel momento il ragazzo aveva sospettato che il palazzo avesse le sue prigioni.
Il re buss con un pugno. Aprite.
Chi ?
Filippo.
Un chiavistello fu tirato indietro e la porta fu aperta, rivelando un uomo dall'aria brutale, vestito di un chitone sporco. Rivolse al re un profondo inchino. Maest.
Non appena i due entrarono, il carceriere, che doveva essere anche un torturatore, decise Demetrio, richiuse la porta con un tonfo. Un calore intenso proveniva da un braciere acceso al centro del pavimento di pietra. Un intenso e soffocante fetore di escrementi umani riemp le narici di Demetrio, che dovette reprimere un conato di vomito. Lampade a olio che danzavano in nicchie nel muro emanavano una fioca luce; riusc a distinguere due sgabelli, un tavolo pieno di strumenti spiacevoli... e due forme accasciate contro il muro di fronte.
Non saluti il tuo re, Eraclide?. Il tono di Filippo era leggero, quasi allegro.
Una delle due figure si mosse. Con uno sforzo, l'uomo sollev la testa. I capelli sporchi intorno al volto terrorizzato di Eraclide non potevano nascondere le ustioni che lo segnavano, e che gli marchiavano anche gran parte del corpo. Entrambi i polsi erano incatenati al muro sopra la sua testa, impedendogli di cadere, e le estremit sanguinanti e rovinate delle sue dita raccontavano un'altra, orribile storia tutta loro.
Benvenuto, maest, borbott.
Tramava contro di me da mesi, disse Filippo a Demetrio, come se stesse parlando del tempo. Critone  caduto nella sua trappola molto presto, a causa del suo vizio del gioco.
L'altra figura, Critone, alz lo sguardo. Ho cercato di guadagnare tempo, maest. Ho inventato motivi per cui non si dovesse agire. Ho frenato Eraclide per mesi.
Ti aspetti misericordia?, sbott Filippo. Non hai avuto neanche la spina dorsale di uccidere Eraclide, o di gettarti ai miei piedi e confessarmi tutto.
Ha detto che se gli avessi fatto del male o l'avessi detto a qualcuno, avrebbe fatto uccidere la mia famiglia, maest. Critone prese a singhiozzare.
Demetrio si stup a provare compassione per la supplica del suo comandante. Come avrebbe reagito, lui, se suo padre fosse stato ancora vivo e fosse stato usato per minacciarlo in quel modo? Ma poi indur il cuore. La vita di Filippo era pi importante di quella di chiunque altro.
Cosa faresti di loro?, domand Filippo.
Con un sussulto, Demetrio si rese conto che il re parlava con lui. Senza volerlo, spost lo sguardo verso il tavolo, e Filippo ridacchi.
Sono stati torturati a sufficienza, ma se vuoi puoi farlo anche tu.
No, maest. Demetrio tent di nascondere il disgusto. Immagino che li farei giustiziare. Sebbene non meritassero altro destino, l'idea di ucciderli in quell'orribile stanza lo sconvolgeva.
Buon per te, coraggioso falangista. Lo sguardo di Filippo era penetrante. Il peso di mettere fine alla miserabile esistenza di queste due creature non ricadr sulle tue spalle, ma sappi che un giorno potresti doverlo fare. Non tutti i nemici sono armati. Non tutti gli uomini che ti vogliono morto possono essere uccisi faccia a faccia in battaglia.
No, maest, borbott Demetrio, ricordando come avesse quasi lasciato Empedocle al suo destino.
Va', ora. Torna alla tua speira, ordin il re, sorridendogli, per fargli capire che lo apprezzava ancora.
E tu, maest?
Io mi tratterr ancora un po'. La voce di Filippo era piatta e dura.
Grazie, maest. Demetrio non era mai stato pi felice di lasciare una stanza in vita sua, n di sentire una porta che gli si chiudeva alle spalle.
Le urla cominciarono prima che avesse coperto una dozzina di passi.

Capitolo 33.

Vicino Apollonia.

Il sole scendeva verso l'orizzonte, a ovest, mentre la sua luce morente si rifletteva sull'Egeo. Vicino alla costa, decine di navi dondolavano all'ancora. Sui campi tra il mare e Apollonia, gli accampamenti romani si estendevano a destra e a sinistra. I sentieri che li collegavano erano affollati. I messaggeri si spostavano dal quartier generale di una legione all'altro, e i cavalieri tornavano dai loro giri di pattuglia. Soldati in licenza cercavano i compagni di altre unit e le tende sempre pi numerose delle prostitute che si allineavano fuori dalle mura della citt.
Felice stava uscendo dalla porta est dell'accampamento. Immerso nei propri pensieri, avanz verso le latrine pi vicine. Antonio era con lui; dal loro scontro con gli hastati, si erano assicurati di non essere mai da soli. Il fatto che si fossero allontanati dai loro compagni garantiva loro anche una rara opportunit di parlare in privato. Vivere sempre a contatto con gli altri del contubernio era normale, nell'esercito, ma tutti sentivano e vedevano tutto, a parte quando un uomo andava a svuotare l'intestino.
C'erano stati dei problemi, negli ultimi giorni. Anzi, pi che semplici problemi, consider Felice. C'era stato un piccolo ma generalizzato ammutinamento. Nessuno degli uomini di Pullone vi aveva preso parte, ma intorno ai fuochi da campo si parlava solo dei veterani ribelli della guerra contro Annibale.
Al contrario di Felice e Antonio, molti uomini erano rimasti nelle legioni, dopo Zama. Dalla fine della guerra, duemila di loro erano stati trasferiti da Cartagine in Sicilia e poi in Illiria senza poter rivedere i familiari. Dopo una seconda campagna contro la Macedonia senza alcun risultato definitivo, i soldati scontenti ne avevano avuto abbastanza.
Sono stati degli stupidi bastardi a uccidere quell'optio, comment Felice. La sconvolgente notizia si era diffusa in tutti gli accampamenti.
A quanto sembra, era peggio di Matone, ma uccidere un ufficiale non far che scatenare un bagno di sangue, concord Antonio.
Felice controll che non ci fosse nessuno nelle vicinanze. Comunque, se fosse per me, il rischio di far finire quel figlio di puttana di Matone sottoterra io lo correrei.
Antonio lo guard di traverso. Finiresti appeso a una croce, con me accanto solo perch sono tuo fratello.
Felice fece una smorfia.
Se dovessimo farlo.... E qui Antonio sollev un indice ammonitore. Bada, ho detto se... Dovremmo pianificare tutto nei minimi dettagli.
E mi aiuteresti?, domand Felice, soddisfatto.
Certo che s. Il sangue  sangue. Antonio sput. Comunque, sarebbe meglio tenersi lontani da quel bastardo. Se dovesse scoprire che ci siamo arruolati di nuovo....
Lo so. Felice si rosicchi un'unghia.
Avevano visto Matone due volte, dal ritorno dell'esercito da Apollonia; una volta sul campo d'addestramento, mentre faceva esercitare i suoi uomini; un'altra mentre tornavano da un giro di pattuglia con Pullone. In entrambe le occasioni, un fratello aveva allertato l'altro e avevano avuto il tempo di guardare da un'altra parte, mentre la centuria si allontanava. Le possibilit di incontrarlo faccia a faccia non mancavano, visto che era in uno degli accampamenti. Dovevano sempre stare in guardia. E poi c'erano quei maledetti hastati, consider Felice. Si guard di nuovo intorno, ma i soldati pi vicini erano quei pochi acquattati sopra la fossa delle latrine, a una cinquantina di passi di distanza.
Preghiamo che Matone cada nella prima battaglia della prossima primavera. Sarebbe una gran cosa, eh?
Non ci sperare.  un bastardo duro a morire.
Me lo ricordo, borbott Felice, mentre i ricordi di Matone che li guidava nella battaglia di Zama gli si affollavano in testa. Poi scoreggi con forza. Questa era per Matone.
Antonio scoppi a ridere.
Giunti alla latrina, si separarono senza dire nulla. Potevano anche essere fratelli, ma nessuno dei due voleva ascoltare i rispettivi rumori corporali. La conversazione poteva continuare anche a distanza, oppure no. Ci si poteva aspettare commenti scurrili da parte di qualche vicino, riguardo a rumori o odori, e la reazione pi efficace era rispondere per le rime. Cupo com'era, Felice non aveva voglia delle solite battute, e fu lieto che il tramonto ormai prossimo e la minaccia delle basse nubi cariche di pioggia avessero scoraggiato altri uomini dal recarsi alle latrine. Pot scegliersi un punto ben lontano dagli altri presenti.
Respirando dalla bocca per non sentire il fetore che si levava dal fosso, appoggi accanto a s un mucchietto di muschio e foglie. Perlomeno, la puzza non era forte come in estate, pens. In quel periodo, era meglio evitare di recarsi alle latrine con un doposbornia, o si rischiava di svuotarsi da entrambe le estremit. Abbassando gli indumenti intimi fino alle ginocchia, Felice si accucci.
Chi cucina, stasera?, chiese Antonio.
Narciso, credo.
Merda.
Dice che far uno stufato. Cosa potrebbe mai andare storto?
Con quell'idiota? Tutto. Come minimo, brucer il fondo della pentola. A qualcuno va un po' di stufato di carbone?.
Felice ridacchi. Il fratello aveva ragione. Narciso era tanto negato a cucinare quanto era bravo a lucidare armatura ed elmo. Potresti offrirti al suo posto.
Ho cucinato ieri sera. Perch non ti offri tu?
Perch dovr farlo domani, ritorse Felice.
Oh, guarda un po' chi c', comment una voce carica di scherno.
Felice si rese conto con orrore che l'astato sfregiato incombeva su di lui, con i pollici infilati nel cinturone. Cerc di alzarsi, ma l'avversario lo colp con un calcio in faccia. Sangue caldo e salato gli riemp la bocca e piomb a terra, se non altro abbastanza fortunato da non finire nel fossato pieno di escrementi. Sputando un dente, si gett disperatamente contro lo Sfregiato. Arriv il secondo calcio, ma Felice riusc ad avvolgere le braccia intorno alla vita dell'astato, come un lottatore. Si spinse avanti, facendogli perdere l'equilibrio. Atterrarono con violenza, e l'impatto svuot i polmoni dello Sfregiato con uno sbuffo.
Restarono l immobili per un secondo, forse due.
Il dolore gli si irradiava dal dente spezzato; Felice lo us per tornare lucido. Cerc di ficcare i pollici negli occhi dello Sfregiato. L'avversario intu la mossa e gir di lato la testa; una delle unghie di Felice gli apr un lungo graffio rosso parallelo alla cicatrice. Un violento pugno da parte dello Sfregiato gli arriv sull'orecchio sinistro. Felice vide per un attimo le stelle. Instabile, ondeggi di lato, e con un potente movimento del torso, lo Sfregiato lo gett gi. Fu il turno di Felice di ritrovarsi di schiena, con l'avversario addosso.
Rapido come un fulmine, lo Sfregiato gli chiuse le mani sulla gola. Un lampo acido di paura lo afferr: aveva visto un uomo strangolato a morte in uno scontro, una volta. Non c'era voluto molto, e i tentativi della vittima di liberarsi dalla presa dell'avversario non avevano portato a nulla. Felice tent di afferrarlo all'altezza dell'inguine. Per sua fortuna, la tunica dell'astato si era sollevata. Serr le dita su del tessuto sudato e, al di sotto, sui genitali dell'avversario. Affond le dita con tutta la forza che aveva, strizzandoli con violenza.
Lo Sfregiato gemette, ma la sua presa si fece ancora pi forte.
La vista di Felice cominci a sfocarsi. Gli sembrava di avere la lingua troppo grande per la bocca. Sentiva le forze abbandonarlo. In qualche modo, riusc a separare un testicolo dalla massa di tessuto che stringeva tra le dita. Serrandolo nel palmo, piant l'unghia del pollice al centro e ve la infil dentro.
Un urlo acuto, come quello di un bambino, usc dalle labbra dello Sfregiato, che moll la presa sulla gola di Felice. Era ancora sotto al suo avversario e avrebbe potuto avere comunque la peggio, ma di colpo sent un tonfo sordo. Gli occhi dello Sfregiato si fecero vacui, poi croll di lato.
Felice annasp per prendere aria; non riusciva a muoversi. Antonio si pieg su di lui, con un'espressione preoccupata sul viso. Tutto bene?.
Felice tent di parlare, ma riusc solo a tossire. Un accesso di tosse spasmodica lo scosse. Si gir su un fianco e vomit il suo ultimo pasto. Me la caver, riusc a mormorare, infine.
 stata solo una rissa, niente di pi. Sono intervenuto prima che andasse troppo oltre, dichiar Antonio. Credo che il motivo fosse una prostituta.
Qualcuno, a distanza, fece un commento volgare, e Felice cap che non stava parlando con lui.
La mano di Antonio era calda, sulla sua spalla. Ce la fai a tirarti su a sedere?.
Felice tent, e scopr di riuscirci. Mi  saltato addosso, dichiar, con voce roca.
Sei stato fortunato a non farti ammazzare.
Attaccare un uomo mentre sta cacando.... Felice lanci uno sguardo allo Sfregiato, che giaceva svenuto accanto a lui, insieme alla pietra insanguinata con cui Antonio l'aveva colpito. Che bastardo.
Non dovremmo trattenerci qui. Si sveglier, tra poco.
Quanto era lontano il soldato con cui stavi parlando?, gracchi Felice, rialzandosi con uno sforzo. Si risistem gli indumenti intimi, guardandosi intorno con cautela. Non c'era nessuno, nelle vicinanze.
Venti passi, forse qualcosa di pi. Perch?.
Felice accenn al cielo sempre pi scuro. Ti riconoscerebbe?.
Antonio aggrott la fronte, poi sbirci verso lo Sfregiato. Intendi finirlo?
Non ci sarebbe modo migliore per concludere la faccenda. Felice raccolse la pietra. Almeno, non dovremo pi guardarci le spalle.
Non  del tutto vero, dichiar Antonio, ma anche lui stava gi raccogliendo una pietra dal bordo tagliente. I suoi compagni potrebbero venire a cercarlo.
Anche se trovassero il cadavere, non potrebbero sapere chi  stato. Potrebbero sospettarlo, ma sarebbe anche un avvertimento, no? Se provate a fotterci, ecco cosa succede. Felice si inginocchi accanto allo Sfregiato e si prepar a colpire. Due o tre colpi alla tempia, proprio dietro all'occhio, sarebbero bastati.
Aspetta!.
La tensione nella voce di Antonio fece bloccare Felice dov'era. Sbirci in direzione dell'accampamento.
Un ufficiale!. Antonio lasci cadere la pietra nella latrina con un tonfo soffice.
Felice sent le interiora torcersi per il panico. Gett via anche lui la pietra che aveva in mano, sistemandosi il focale in modo che fosse legato intorno al collo pi in alto del normale. Se, cos facendo, avrebbe nascosto i segni che lo Sfregiato gli aveva lasciato sulla gola, non lo sapeva, in realt.
Che succede qui?. Un tesserario usc dall'ombra, con una spugna in mano. Fiss Felice con aria sospettosa.
Stavamo facendo quello che dovevamo fare, signore, quando io e mio fratello abbiamo notato questo poveraccio disteso qui, spieg Antonio, con la massima tranquillit. Cos, mi sono avvicinato per aiutarlo.
 stato colpito alla nuca, signore, soggiunse Felice, indicandolo.
Il tesserario si accigli.  vivo?
Penso di s, signore. Felice punt l'indice verso la gola dello Sfregiato. S, signore. Il battito  forte. Che gran peccato, pens.
Dovete aver visto qualcuno nelle vicinanze, comment il tesserario.
No, signore, risposero i fratelli in coro.
Il tesserario fece un gesto noncurante. Una storia plausibile. Ditemi i vostri nomi e la vostra unit e poi portate quel povero bastardo in infermeria e vedete cosa possono fare i chirurghi per lui. Non appena ebbero dichiarato nomi e unit, quello pos la spugna e si spost verso il bordo del fossato. Bene, andatevene, adesso. Ho faccende pi importanti a cui badare.
S, signore. Cupo per come erano andate le cose, Felice aiut Antonio a sollevare il corpo afflosciato dello Sfregiato. Si allontanarono verso l'accampamento con lo sguardo del tesserario fisso su di loro.
Che facciamo, adesso?, sibil Antonio.
Quello che ci ha ordinato di fare, borbott Felice, tutt'altro che soddisfatto.
Se non dovesse risvegliarsi, qualcuno potrebbe accusarci.
Gi. Felice immaginava gi il processo. La punizione, per l'omicidio di un compagno, era la morte; la stessa del tentato omicidio. E se si risveglier, lo stronzo affermer che siamo stati noi ad aggredire lui.
Sar la sua parola contro la nostra, ribatt Antonio. Due contro uno.
Ma siamo noi quelli che sono stati colti sul fatto. Tutto farebbe pensare che siamo stati noi ad attaccarlo, no?.
Antonio non rispose.
Felice si sent precipitare in un abisso di disperazione. Qualunque cosa fosse accaduta all'astato, erano comunque rovinati.
Felice rimase all'entrata dell'infermeria, con lo stomaco in subbuglio. Quattro infermieri passarono, portando un uomo su una barella. Dalle profondit della grande tenda, un chirurgo chiese delle bende. Un funzionario dall'aria stressata era seduto a un tavolo e prendeva i nominativi dei soldati in coda per ricevere cure. Era la mattina dopo lo scontro con lo Sfregiato, e Felice non aveva chiuso occhio. Nessuno era venuto ad arrestarli, cosa che, secondo Antonio, significava che l'astato non si era ancora svegliato, o era morto. In ogni caso, non c'era niente che potessero farci.  tutto nelle mani degli di, aveva detto.
Le parole di Antonio potevano anche essere vere, ma non avevano impedito ai piedi di Felice di condurlo fino all'infermeria. La centuria aveva una rara mattinata di libert, quindi per un po' nessuno avrebbe chiesto di lui. Ma ora che era l, la paura non gli permetteva di entrare. Se lo Sfregiato era davvero morto, sarebbe stata solo una questione di ore, prima che il tesserario venisse a saperlo. Di sicuro, a quel punto, avrebbe fatto interrogare i due fratelli, e anche se fossero riusciti a sostenere la verit, ne avrebbero comunque ricavato una severa punizione. Era impossibile il contrario, pens Felice. Erano stati visti alle latrine vicino a un altro soldato svenuto, con nessun altro nelle vicinanze.
Entri o no?.
Felice si gir.
Ebbene?. Un princeps di bassa statura che gli sembr vagamente di riconoscere se ne stava l, a sorreggersi un braccio con l'altra mano. Stai bloccando l'entrata.
Le mie scuse. Felice si spost e il princeps entr per mettersi in coda davanti al tavolo del funzionario.
Levati di mezzo, latr qualcuno.
Felice si scost di lato, permettendo il passaggio a due cavalieri che sorreggevano un compagno tra loro. Era ora di tornare alle tende o entrare nell'ospedale. Fece per andarsene, ma poi, con un'imprecazione, cambi idea. Doveva scoprire cosa fosse successo allo Sfregiato: non saperlo lo stava divorando.
Hai l'aria di un uomo con la sifilide, tu. Un inserviente dall'aria divertita stava fissando Felice. Da quant' che ti fa male pisciare?
Cosa? No, non mi fa male. Sto bene, replic Felice, arrossendo.
L'altro ridacchi, con aria convinta.  quello che dicono tutti gli uomini che se ne stanno vicini all'entrata come anime perse. Mettiti in fila. Il chirurgo ti rimetter in sesto.
Non ho la dannata sifilide, ringhi Felice.
Il sorriso dell'inserviente si fece pi gentile. Allora sei qui per vedere un compagno?.
Felice esit per un attimo. S, in un certo senso.
Come si chiama? Posso controllare le liste per trovarlo.
 questo il problema, non lo so. L'inserviente inarc le sopracciglia, e Felice aggiunse: Io e un mio compagno ci siamo presi a pugni con lui. Sai come va, eravamo tutti ubriachi come animali. La rissa  stata fermata da un ufficiale, quindi siamo tutti sotto accusa. Volevo controllare come stava, e assicurarmi che non fosse grave.
Perch pi sono gravi le sue ferite e pi severa sar la tua punizione?. Il tono dell'inserviente era consapevole.
Gi. Felice preg con tutte le forze: Giove, aiutami.
Che aspetto ha, te lo ricordi?.
Grazie, pens Felice. Si tratta di un astato. Un grosso bastardo con una cicatrice su una guancia. Era privo di sensi, quando l'abbiamo portato qui.
L'inserviente si gratt la testa. Non l'ho visto, ma con un segno del genere in faccia, non dovrebbe essere difficile trovarlo. Indic in una direzione. Troverai i pazienti con ferite alla testa in fondo, sulla sinistra. Vedi se riesci a trovarlo l.
Mormorando un ringraziamento, Felice aggir la coda sempre pi lunga e si avvi verso il centro della tenda. Decine di uomini se ne stavano su delle coperte, in ordinate colonne parallele. Pochi di loro avevano ferite visibili: chi era rimasto ferito durante la campagna di quell'estate era ormai morto o guarito, consider Felice, ma il fetore rivel che molti di loro dovevano soffrire della dissenteria che si era diffusa in alcune delle unit. Felice si tapp il naso e avanz con cautela, sperando di non prendersi anche lui quella malattia.
Cominci a controllare meglio i volti dei pazienti dopo aver superato il centro della tenda. Quasi nessuno gli era familiare, e nessuno aveva una cicatrice sul volto. Felice cominci a sentirsi male.
Quel bastardo  morto, pens, e quando il tesserario lo scoprir, saremo accusati di omicidio.
Un uomo scoppi a ridere, e Felice trattenne il respiro. Era Matone: avrebbe riconosciuto ovunque quella risata ragliante. Si guard rapido intorno e vide il suo vecchio centurione accosciato accanto a una figura distesa su una coperta, a una dozzina di passi di distanza. Dava le spalle a Felice, ma questo non lo metteva certo al sicuro. Si guard intorno, frenetico. L'interno della tenda non offriva nascondigli. Uscire era la sua unica possibilit. Si gir.
Riguardati, sent dire Matone. Il nostro villaggio ha gi perso troppi figli a causa di Annibale, e i tuoi genitori vogliono vederti tornare a casa.
Me la caver, signore, rispose una voce che Felice riconobbe come quella dello Sfregiato. Ci vuole pi che una botta in testa, per farmi fuori. Grazie per la visita.
Era il minimo che potessi fare. Io e tuo padre ci conosciamo da quando eravamo alti quanto il ginocchio di una cavalletta, rispose Matone. A presto.
Merda, pens Felice. Quel figlio di puttana sar proprio alle mie spalle.
Si abbass su un ginocchio, fingendo di riallacciarsi un sandalo. Armeggi con le dita con i lacci di cuoio, come un bambino che non avesse ancora imparato a fare i nodi. Non poteva alzare lo sguardo, temendo che Matone lo notasse, perci ascolt, con il fiato sospeso, i suoi passi che si avvicinavano e proseguivano oltre, verso l'uscita. Solo quando fu passata una buona dozzina di battiti, os guardare. Con le gambe storte come al solito, Matone era ormai abbastanza lontano. Felice chiuse gli occhi ed esal un lungo sospiro sibilante.
Sent un brivido, come quando ci si sente osservati. Alz la testa e not che il paziente pi vicino, un triario dai capelli grigi, lo osservava con l'espressione di chi aveva capito tutto.
Era il tuo centurione?, sussurr.
L'uomo doveva averlo visto evitare Matone, pens Felice. Era cos incastrato nelle sue stesse menzogne che continuare a tirarne fuori di nuove gli sembr la cosa migliore da fare. Gi.
Sono tutti degli stronzi, in un modo o nell'altro. Non  diverso neanche tra i triari. Il soldato ammicc. Non temere. Non ti ha visto. Ci scommetterei la vita.
Felice gli rivolse un cenno di gratitudine e lanci uno sguardo furtivo allo Sfregiato, che si era disteso sulla sua coperta, con un braccio a coprirsi gli occhi. Quel bastardo non era morto, il che era gi qualcosa. Ma quello che avrebbe raccontato al tesserario quando fosse venuto a trovarlo era ben altra faccenda.
Sei qui per vedere un compagno?, domand il triario.
Non posso parlare con lo Sfregiato, pens Felice. Non vorr fare altro che riprendere il litigio. E non voglio fare pace con lui:  stato lui ad aggredirmi. La cosa migliore da fare, adesso,  andarsene, prima che mi veda.
S, borbott. Ma non riesco a trovarlo.
L'espressione del triario si fece curiosa. Felice ebbe la tentazione di confidarsi con lui: sarebbe stato un modo per tenere d'occhio lo Sfregiato. Ci ripens subito, tuttavia. Meno persone avessero saputo cosa avevano fatto lui e Antonio, meglio sarebbe stato, e pi fosse rimasto l, pi sarebbe stato facile che il nemico lo notasse. Augurando a bassa voce al triario di rimettersi in fretta, e attento a voltare sempre le spalle allo Sfregiato, se ne and.
Rest in tensione fino alla soglia della tenda, temendo che Matone non fosse ancora uscito. I suoi timori si rivelarono infondati, e usc nel sole senza vedere il suo ex centurione. L'unica cosa che poteva fare, adesso, pens, era sperare e pregare che il racconto dello Sfregiato non fosse ritenuto plausibile.
Gli sembrava quasi impossibile, ma Matone non l'aveva visto, quando era pi che probabile che lo facesse. Magari, Fortuna gli avrebbe donato un altro lancio favorevole dei dadi. Era il massimo che potesse sperare, decise Felice, cercando di non farsi prendere dallo sconforto.
Antonio si infuri, quando sent il racconto del fratello. Trascinandolo fuori dalla loro tenda, esclam: Ma cosa ti  passato per la testa, idiota?
Non potevo non sapere se era morto, ammise Felice.
E cos, hai rischiato non solo di farti vedere dall'uomo che abbiamo quasi spedito nell'Ade, ma anche da quel figlio di puttana di Matone?
Come potevo sapere che lui e Matone venissero dallo stesso maledetto villaggio?, ritorse Felice. E che Matone sarebbe andato a fargli visita?
Fratelli che litigano? Non mi sembra una buona cosa. La voce calma di Pullone, dura come l'acciaio e ancora meno amichevole del solito, zitt i due pi velocemente di un secchio d'acqua su due cani in lotta. Il rumore di ghiaia e sabbia sotto i sandali di Pullone si interruppe: era arrivato a una decina di passi da loro senza che se ne accorgessero.
Non  nulla, signore, rispose Felice. Di di sopra e di sotto, preg, fate che non ci abbia sentito. Spost lo sguardo sulla figura accanto a Pullone e si sent ancora pi perduto.
Sono loro i due di cui ti parlavo, signore, spieg il tesserario.
Venite subito qui, ordin Pullone.
Scambiandosi un breve sguardo terrorizzato, i due fratelli si affrettarono a raggiungerlo. Scattarono sull'attenti e gli rivolsero il saluto militare.
Avete fatto a pugni, eh?. Pullone stava facendo sbattere il suo vitis sul palmo della mano sinistra, con un suono secco e angosciante.
Nessuno dei due rispose, e fu la reazione sbagliata. Crack. Crack. Il bastone piomb gi, colpendo ognuno dei fratelli alla tempia. Felice barcoll, mentre la vista gli si offuscava per un attimo, ma si raddrizz pi veloce che poteva. Pullone spinse il volto contro il suo. Ti ho fatto una domanda!.
Io... noi... S, signore. L'abbiamo fatto.
Alle latrine?. Il disprezzo emanava dalla voce di Pullone.
S, signore, rispose Antonio.
Un altro colpo ciascuno. Questo per la rissa!, disse Pullone, con un tono pi basso ma molto pi terrificante del normale. Crack. Crack. E questo, anche. Merdosi succhiacazzi che non siete altro!.
Felice si sentiva ronzare le orecchie, ma torn sull'attenti.
Il respiro di Pullone si fece sentire, rovente, sulla sua guancia. Perch vi siete scontrati con un astato?.
Lo sguardo di Felice scatt verso Antonio. Il bastone di Pullone cal di nuovo.
Ti ho forse dato il permesso di guardarlo?, sussurr Pullone.
No, signore!.
Allora sbrigati a rispondermi, o giuro che ti romper questo fottuto vitis sulla schiena. E quando avr finito, ti ficcher dentro un po' di buonsenso a calci.
Ho impedito a quell'astato e ai suoi compagni di stuprare una ragazza ad Antipatrea, signore. Era solo una bambina, non poteva avere pi di dodici anni. Felice si ritrov a confessare tutto prima ancora di avere il tempo di pensare. C' stato un altro scontro, da allora, fuori da una taverna ad Apollonia... e sono stati lui e i suoi compagni a cominciare.
Anche se Pullone gli avesse creduto, pens Felice, nessuna delle due spiegazioni avrebbe cambiato il suo destino.
Che hai da dire, idiota?. Pullone era davanti ad Antonio, adesso.
 come ha detto Felice, signore.  tutta la verit.
Hai visto quella ragazzina che veniva stuprata?
No, signore, ma mio fratello l'ha riportata al nostro focolare. Le abbiamo dato qualcosa da mangiare e l'abbiamo lasciata andare, il giorno dopo, offrendole qualche moneta. Puoi chiedere ai nostri compagni di tenda, signore: confermeranno questa versione dei fatti.
Pullone si gir. L'astato ferito ha fatto parola di questa storia?.
Il tesserario sembr sorpreso. No, signore. Ha detto che si trattava di un alterco per delle monete perse a dadi.
Pullone cammin avanti e indietro, battendo l'estremit del vitis contro il palmo della mano.
Felice sentiva il cuore esplodere nel petto; il sudore gli scorreva lungo la schiena. Lanci un rapidissimo sguardo ad Antonio; era pallido come un cencio.
Quando uscir dall'infermeria, l'astato?, volle sapere Pullone.
Il chirurgo ha detto che potr uscire o domani o dopodomani, signore, rispose il tesserario. Non ci sono danni permanenti, a quel che ha affermato.
Bene. Puoi andare. Pullone gli fece un cenno con il vitis.
Signore?.
Mi hai informato, ed era la cosa giusta da fare. Ora mi occuper io di questi due idioti. A meno che tu non voglia andare da un ufficiale pi in alto di me.  questo che vuoi?. Pullone mosse un passo verso il tesserario.
No, signore. Certo che no, signore. L'uomo gli rivolse il saluto e, ben contento di uscire da quella pericolosa situazione, si allontan.
Quanti di loro stavano stuprando la ragazza?, volle sapere Pullone.
Cinque in tutto, signore, rispose Felice, ricordando quanto avesse avuto paura e quanto fosse stato sul punto di andarsene.
E tu eri solo?
S, signore.
Che razza di idiota!. Pullone lo colp di nuovo con il vitis.
S, signore, borbott Felice, con la testa che pulsava.
Dimmi che  successo con la ragazza, e poi dello scontro fuori dalla taverna.
Felice obbed, e raccont tutto nei minimi dettagli. Una volta che ebbe finito, Pullone aggrott la fronte e si allontan di qualche passo, ancora battendo il vitis contro il palmo. Felice lanci uno sguardo preoccupato e interrogativo ad Antonio, che replic con un'impotente alzata di spalle. Torn a guardare avanti, quando Pullone si gir e gli si par minaccioso davanti.
E pensare che volevo promuoverti, borbott. Andare a ficcare il naso in affari che non ti riguardavano. Aprire la faccia a un uomo perch potevi farlo. Una rissa da ubriaco. Un tentato omicidio nei confronti di un altro soldato. Ogni accusa fu accompagnata da una spinta sul petto di Felice con l'estremit del vitis. Due soli di questi reati basterebbero a garantirti turni di guardia o lavori alle latrine per pi di un mese; e l'ultimo ti potrebbe costare il fustuarium. E quell'idiota di tuo fratello si merita pi o meno la stessa cosa.
Avrei dovuto ignorare le urla di quella ragazzina, pens Felice. Probabilmente  stata stuprata di nuovo e uccisa, e la mia decisione non ha fatto alcuna differenza, per lei.
Avevo una figlia, in Italia. La voce calma di Pullone si abbass a un sussurro. Ora avrebbe dieci anni, se la malaria non se la fosse portata via.
Felice non riusciva a credere alle sue orecchie.
L'ho vista solo poco dopo la sua nascita, e poi un paio di volte ancora. Pullone fece un gesto di stizza. La guerra, lo sai... non ho quasi mai una licenza. Era la luce dei miei occhi.
Felice non riusc a trattenersi. Mi dispiace, signore.
Pullone si gir di scatto, sollevando il vitis, e Felice sobbalz.
Ma il colpo non arriv mai a segno.
Avanti, andatevene, ordin Pullone, con voce roca.
I due fratelli si scambiarono uno sguardo incredulo. Signore?, mormor Felice.
Siete sordi? Ho detto di levarvi dalla mia vista.
S, signore. Grazie, signore, dissero in coro.
Incoraggiato, Felice domand: E l'ufficiale dell'astato, signore? Potrebbe....
Ci penso io. Pullone fece un cenno con la testa. Andate.
Si erano allontanati forse di una decina di passi, quando il centurione li richiam. Se sento anche solo un sussurro riguardante un astato con uno sfregio in faccia ritrovato morto, giuro che vi faccio crocifiggere entrambi. Pullone fece una pausa, per poi aggiungere in un gelido sussurro: E sar io stesso a inchiodarvi. Capito?
S, signore.
Pullone non aggiunse altro, e dopo qualche nervoso istante, Felice si guard alle spalle. Era sparito.
Devo sedermi. Antonio stava tremando.
Anch'io, concord Felice, decidendo che avrebbe fatto un'offerta di ringraziamento non solo a Giove, ma anche a Fortuna.

Parte Quarta

Capitolo 34.

Valle del fiume Aous, Epiro, primavera del 198 a.C.

Il viaggio di Filippo da Pella era stato difficile. Gli alti picchi che l'esercito aveva dovuto superare per oltrepassare le montagne erano ancora innevati, e l'erba per i cavalli ben poca. Era stato un lungo inverno, ma almeno la minaccia di Eraclide e Critone era stata risolta, pens Filippo. Una serie di arresti aveva fatto incarcerare tutti i cospiratori. E l sarebbero marciti finch faccende pi pressanti, come la minaccia posta da Roma, non fossero state affrontate.
Quella vallata era tra i percorsi pi probabili tra quelli disponibili alle legioni. Il clima, l, era pi mite che in alto, e sulle colline pi basse, se il vento che soffiava da ovest era abbastanza forte, si riusciva ad avvertire il profumo del mare. Le fangose tonalit di marrone che dominavano il paesaggio nei mesi invernali stavano cedendo il posto a verdi intensi, pronti a testimoniare il gioioso ritorno della primavera. L'erba ricresceva, gli alberi erano in fiore, e gli uccelli cantavano su ogni ramo. Era il periodo dell'anno che Filippo amava di pi, quello in cui si potevano dimenticare i giorni tristi e bui dell'inverno, e un uomo poteva starsene seduto all'aperto a parlare con gli amici per tutta la sera.
Quell'illusione era piacevole, ma in realt i giorni a venire non avrebbero dato a Filippo molte opportunit di godersi l'incipiente primavera. Il futuro della Macedonia era a rischio, e le recenti notizie provenienti da Roma non erano rassicuranti. Non solo Villio sarebbe stato sostituito dal nuovo console Flaminino, uomo le cui ambizioni, secondo le spie di Filippo, non conoscevano confini, ma due legioni di veterani l'avrebbero accompagnato in Illiria. Il suo esercito avrebbe dovuto affrontare un nemico pi numeroso e pi esperto.
Filippo non provava altro che disprezzo. Essere in inferiorit numerica non significava che sarebbe stato sconfitto. Serse aveva inviato migliaia e migliaia di soldati in Grecia, pens, ma non era riuscito a trionfare. L'esercito di Alessandro era molto pi piccolo di quello persiano, sia a Isso che a Gaugamela, eppure aveva prevalso. Roma pu essere sconfitta, pens Filippo, tra s e s. Se Flaminino era ambizioso come gli era stato riferito, avrebbe cercato una vittoria rapida, quindi avrebbe corso dei rischi. Rischi che avrebbero offerto a Filippo delle opportunit.
Era stato sorpreso di scoprire dalle sue spie che Flaminino era un amante della cultura ellenica. Parlava e scriveva in greco, e la sua collezione di arte ellenica era la migliore di tutta Roma. Filippo aveva conosciuto pochi Romani, ma tutti quelli che aveva incontrato si erano comportati da cani arroganti. Parlavano soltanto latino e ritenevano selvaggi tutti i non Romani. Se quanto gli era stato riferito era vero, Flaminino era del tutto diverso, e, forse, decise Filippo, ancora pi pericoloso. Nonostante la cautela, lo affascinava avere come nemico un generale che parlava greco.
Dal punto sopraelevato in cui si trovava, sulla riva nord del fiume Aous, con la gola che conduceva in Tessaglia e in Grecia centrale alle sue spalle, era facile sentirsi incoraggiati. Flaminino poteva condurre le sue legioni attraverso una delle due possibili rotte per la Macedonia, certo, ma in questo modo non avrebbero potuto incontrare l'esercito di Filippo, e gli accampamenti romani sulla costa sarebbero rimasti vulnerabili agli attacchi. No, decise, Flaminino non sarebbe riuscito a non abboccare all'esca, e avrebbe marciato nella valle.
La battaglia era ormai prossima. Tempo prima, la cavalleria di Filippo aveva adocchiato l'avanguardia nemica, che a sua volta aveva visto i cavalieri. Flaminino avrebbe saputo presto del suo arrivo.
Coperti di pini neri, faggi e abeti, i fianchi della stretta vallata avrebbero reso quasi impossibile a un nemico di circondare dei soldati posizionati in basso, ai due lati del fiume. Le pendici delle montagne scendevano quasi a picco a duecento passi dal fiume, sulla riva sud; diverse migliaia di peltasti e fanti leggeri sarebbero riusciti a tenere quella posizione, decise Filippo. L, sulla riva nord, l'Aous si staccava dalle montagne, formando un ampio tratto di terreno pianeggiante: perfetto per delle fortificazioni gestite da truppe pi leggere. Alle loro spalle si sarebbe schierata la falange. Riusciva gi a immaginare le legioni schiantarsi contro le sue difese come onde in tempesta contro i frangiflutti di un porto; i sopravvissuti che fossero riusciti a superarle sarebbero stati eliminati dai falangisti.
Se fosse riuscito a evitare che gruppi di nemici raggiungessero i sentieri montani per attaccarli alle spalle, avrebbero potuto mantenere quella posizione fino all'autunno. Inoltre, ci sarebbero state ulteriori opportunit di attaccare i Romani: assalti dai boschi, o attacchi alla loro flotta. Avrebbe colpito Flaminino ancora e poi ancora, e al momento opportuno, come era stato per Alessandro sull'Idaspe, avrebbe sconfitto il nemico.
Un ampio sorriso gli comparve sul volto, mentre si faceva portare il cavallo.
Nei dieci giorni seguenti, Filippo dorm ben poco. Alzandosi prima del levar del sole, and a controllare la costruzione di fossati e bastioni di terra sui due fianchi dell'Aous. Sul fondo dei fossati erano stati disposti rami appuntiti e immersi in escrementi umani. Il terreno era sparso di triboli, un'invenzione romana che Filippo aveva scoperto grazie a un falangista che aveva combattuto a Zama.
Molti alberi erano stati abbattuti e ridotti in tavole, con cui erano state costruite robuste torri da tre piani, posizionate a cento passi di distanza l'una dall'altra lungo le difese. Delle catapulte erano state sistemate in cima alle torri, con baliste su ogni piano. Migliaia di punte di freccia erano state forgiate dalle officine temporanee. I soldati trasportavano massi dal letto del fiume e li ammucchiavano accanto alle torri come munizioni per l'artiglieria.
Dall'alba al tramonto, Filippo camminava e cavalcava per ogni stadio delle fortificazioni. Con grande divertimento dei suoi uomini, nuotava anche attraverso le acque gelide e azzurre del fiume, in diversi punti: non capivano che stava controllando la forza della corrente e dove dei fanti avrebbero potuto guadarlo. Messaggeri ed esploratori venivano accompagnati da lui non appena arrivavano, cos che fosse a conoscenza di ogni movimento del nemico e di quello che stava accadendo in Grecia.
Era troppo presto, nella stagione, perch fosse accaduto molto, ma Filippo venne a sapere che, per il momento, l'Acaia era rimasta leale alla Macedonia. Il suo generale Filocle era pronto a marciare, se necessario, verso la Beozia e l'Attica. Le spie avevano fatto sapere che il fratello di Flaminino avrebbe comandato la flotta nemica. Prima della fine del mese, avrebbe superato il Peloponneso per raggiungere la costa orientale della Grecia, dove, senza dubbio, avrebbe attaccato tutte le citt macedoni che poteva.
Alla fine del pomeriggio del decimo giorno, Filippo stava osservando le catapulte che facevano lanci di prova per valutare la gittata. Non sarebbe servito a molto avere quelle pericolose macchine da guerra, aveva spiegato agli artiglieri, se non fossero stati in grado di rendere ogni colpo efficace, contro il nemico. Sui bastioni a met strada tra le due torri, gridava ordini e incoraggiamenti. Era un lavoro che dava soddisfazione: ogni catapulta poteva lanciare una pietra ogni quindici o venti battiti, e quando erano a tiro, riuscivano a colpire sette bersagli su dieci. Dopo l'artiglieria, i Romani avrebbero dovuto affrontare i profondi fossati, pieni di rami appuntiti e triboli, e salve di lance dai soldati in cima al terrapieno. I legionari avrebbero subto grosse perdite.
A meno che Flaminino non fosse un completo idiota, non avrebbe sprecato uomini in attacchi ripetuti: le difese sarebbero state messe alla prova poche volte, con tutta probabilit. Filippo era relativamente soddisfatto, mentre procedeva da una catapulta all'altra. Notando Demetrio che si avvicinava lungo la passerella, sollev una mano in un cenno di saluto. Quel ragazzo aveva dimostrato di avere gli attributi, prima nel guadagnarsi un posto tra i falangisti, poi nell'avergli salvato la vita. Il re non l'aveva pi visto, da quando era guarito dalle ferite. Cosa ci faceva l?
Maest!, esclam il giovane.
Filippo lanci un'occhiata critica alla bella corazza di bronzo, agli pteruges imbottiti e agli schinieri di ottima qualit che indossava. Un vero falangista, comment.
Demetrio spost il peso da un piede all'altro. Grazie, maest.
Non sei venuto qui solo per mostrarmi la tua armatura, vero?, riprese Filippo.
No, maest. Ho delle notizie per te.
Filippo not solo in quel momento la figura sottile con addosso una tunica stracciata e il mantello di pelle di pecora alle spalle di Demetrio. L'uomo sembrava terrorizzato. La curiosit di Filippo si acu. Chi  quello?
Un pastore locale, maest. L'abbiamo incontrato durante un giro di pattuglia. Ha cercato di fuggire, ma non  andato molto lontano. Gli ho raccontato della ricompensa che stai offrendo, e ho pensato che avresti trovato utile parlargli.
S. L'interesse di Filippo si fece ancora pi intenso. Fino a quel momento, nessun abitante dei dintorni era venuto a reclamare la ricompensa. Probabilmente, pens, era per via delle sue precedenti sanguinose campagne nella zona. Fece cenno all'uomo, di mezza et, di avvicinarsi. Basso, dalla pelle scura, con i muscoli tesi e magro come un cane da caccia, sembrava aver vissuto tutta la vita all'aperto. Si inginocchi e chin il capo.
Maest.
Alzati, ordin Filippo. Come ti chiami?
Aetos, maest. La voce del pastore tremava.
Rilassati, sei tra amici, lo rassicur Filippo. Aquila? Un nome notevole.
Aetos si concesse un sorriso timido. Non  il mio nome di nascita, maest. Mio padre me l'ha dato quando ho iniziato a condurre le greggi. Diceva che la mia vista era un dono degli di.
S,  un grande dono, concord Filippo. Vieni, hai sete? Fame?
Un goccio d'acqua non mi farebbe male, maest.
Prova questo vino. Filippo stacc dalla cintura la sua fiasca e gliela porse.
L'uomo chin il capo. Ti ringrazio, maest. Sollev la fiasca alle labbra e prese un lungo sorso di vino. Quando la riabbass, aveva gli occhi pieni di stupore. Non ho mai assaggiato niente del genere, maest.
Tienila pure. Filippo voleva che si sentisse a suo agio.
G-grazie, maest, balbett Aetos.
 un piacere. Conosci i sentieri di montagna dei dintorni?. Filippo accenn alle alture sopra di loro.
L'altro rispose con un ghigno sdentato. Come il palmo della mia mano, maest.
Filippo prov un misto di piacere per aver trovato quell'uomo, e rimorso, per via del fatto che dovesse morire. Quanti pastori come te ci sono, qui intorno?
Nella zona? Una trentina, maest. Quando ho incontrato il tuo soldato, qui, ha detto che saremmo stati pagati bene, per nasconderci dai Romani. Che non vuoi che possano accerchiare il tuo esercito, e cos via.
S, esatto. Diventerai ricco, ment Filippo.
Aetos sorrise, raggiante. Dopo che il tuo uomo, qui, ha giurato di dire la verit, ho mandato mio figlio alle grotte dove le nostre famiglie si stanno nascondendo. Gli altri uomini verranno qui entro il tramonto, dopo aver fatto scendere le greggi dalle montagne.
Una trentina, dici?, domand Filippo. Forse di meno? O di pi?.
Aetos sembr confuso. Ci pens su per un attimo.
Forse ventinove, maest.
Sei sicuro?, incalz Filippo, fissandolo con durezza.
S, ventinove. Lo giuro sui miei antenati, maest.
Aetos non aggiunse altro, perch Filippo gli tagli la gola. Croll, schizzando sangue sui calzari del re; qualche goccia raggiunse perfino uno sconvolto Demetrio.
Sei stato bravo, disse Filippo, pulendo la lama del pugnale sul chitone sporco di Aetos.
Lo... lo hai ucciso, maest. Demetrio era pallido come un morto.
S, l'ho fatto. Era quello il prezzo da pagare per essere re, pens Filippo. La vita di una trentina di pastori non contava nulla, di fronte alla difesa della Macedonia e alla vita dei suoi soldati. Almeno  morto felice, pensando di diventare ricco.
Gli avevo detto che sarebbe stato ricompensato, maest. Avrebbe mantenuto la parola, si sarebbe nascosto dai Romani.
Filippo non sopportava chi lo contraddiceva, ma Demetrio gli aveva salvato la vita. Non puoi esserne sicuro, ragazzo. Immagina che qualcuno torturi tua moglie, tuo figlio o tuo padre; faresti qualunque cosa per farli smettere. Ed  proprio quello che i Romani avrebbero fatto ad Aetos. O, forse, l'avrebbero pagato pi di me, per farsi mostrare un sentiero per aggirare il mio esercito. Per quanto sembri brutale..., tocc il corpo insanguinato di Aetos con un piede, ...questo  l'unico modo per evitare una simile probabilit.
Quindi, anche gli altri pastori devono essere uccisi, maest?
S,  cos. Filippo nascose il rimorso che provava.
Capisco, maest. Demetrio chin il capo.
La guerra non  solo cantare il Peana e stare nella falange con i compagni. A volte,  anche questo. Filippo indic di nuovo Aetos. Non credo che sarebbe sopravvissuto, comunque, anche se tu non l'avessi trovato. Qualcun altro me l'avrebbe portato.
S, maest, mormor Demetrio, con aria disperata.
Filippo lo conged, decidendo che, quando avesse rivisto Perseo, gli avrebbe raccontato quello che aveva fatto. Un giorno, suo figlio avrebbe dovuto prendere simili decisioni. Per quanto potesse restarne sconvolto, era meglio che ne sentisse parlare da suo padre, invece di trovarsi, spaventato e senza esperienza, ad affrontare quella brutale realt.
Essere re aveva un prezzo molto elevato.

Capitolo 35.

Foce del fiume Aous, Epiro.

Flaminino inspir in profondit. Non era lontano da Brindisi, in Italia - il viaggio durava meno di due giorni - ma l'aria era diversa. In qualche modo pi fresca, piena di promesse. Si trovava sulla costa, ed era appena sbarcato. Alle sue spalle, decine di barche e navi fendevano le onde, fino a dove l'occhio poteva arrivare. In aria si libravano molti gabbiani, che volavano in tondo, stridendo. La spiaggia e le campagne pi avanti sembravano un singolo, immenso accampamento romano. Quando le nuove legioni fossero sbarcate, avrebbe avuto con s un esercito di pi di trentamila uomini.
Flaminino sorrise. I mesi di intrighi politici avevano portato i loro frutti, ma il sostegno di Galba era stato fondamentale per far decidere il Senato: i discorsi dei tribuni contro di lui erano caduti nel nulla. Cercando di non pensare al prezzo che avrebbe dovuto pagare a Galba, Flaminino aveva cominciato subito a mettere in pratica i suoi piani, usando tutto il tempo a disposizione da quando era stato eletto a marzo. C'erano stati incontri con i comandanti delle legioni; discussioni con i quartiermastri riguardo alle necessit degli uomini e agli approvvigionamenti; e aveva affidato incarichi a ufficiali che avrebbero obbedito a ogni suo ordine. Aveva inviato lettere agli ufficiali superiori in Illiria, ma aveva lasciato al Senato il compito di informare Villio che sarebbe stato sostituito.
L'organizzazione della partenza non era stata di certo l'unica faccenda a richiedere l'attenzione di Flaminino. Aveva fatto visita a ogni alleato politico per assicurarsi il loro sostegno in sua assenza. Aveva stretto mani, offerto doni e giurato eterna amicizia. Per essere ancora pi sicuro, aveva pagato molti di loro in argento sonante. Qualche minaccia sottile era stata presentata ai meno fidati; uno o due erano stati avvertiti che cambiare fazione, e soprattutto tornare dalla parte di Galba, sarebbe stato un rischio enorme.
Flaminino era riuscito a persuadere Galba ad accettare di essere legato dall'anno successivo. Gli uomini sul posto hanno una maggiore comprensione della situazione attuale, aveva mentito. Aveva avuto successo, ma Galba non gli aveva dato tregua. La notte prima della partenza da Brindisi, aveva ricevuto una lettera non firmata con le parole: Ti terr gli occhi addosso. Non fallire.
Flaminino scacci Galba dai pensieri. Sono qui, alla fine, pens. Dopo anni di sogni, sono console di Roma e generale di un immenso esercito. La Macedonia  dietro quelle montagne, e l Filippo mi attende. Nonostante le sue preoccupazioni, Flaminino non poteva evitare di sentirsi entusiasta. La sua strada verso la gloria, il suo futuro come moderno Alessandro, era l, davanti a lui. Il passo successivo, piuttosto semplice, era rimuovere Villio dal comando.
Cavallo!.
Gli portarono la sua cavalcatura, e lo stalliere rest in attesa, mentre il suo padrone l'osservava con aria critica. Era una vivace giumenta grigia, alta pi della maggior parte dei suoi simili. Le avevano pettinato la criniera, lucidato la corazza, e la coperta sulla sua groppa era di un tessuto prezioso. Perfino gli zoccoli erano stati lucidati. Flaminino annu verso lo stalliere, in un cenno di approvazione, e mont in sella. I suoi ufficiali lo imitarono.
Portatemi da Villio, disse Flaminino, fremente per l'aspettativa.
Benvenuto.
Publio Villio Tappulo non era in uniforme militare completa come Flaminino, cosa che accentuava la differenza tra loro. Basso e sgraziato, Villio aveva un volto grassoccio e la tendenza a sudare. Rivolse un cenno a Flaminino, per invitarlo a entrare nell'area delle riunioni all'interno della tenda di comando. Gli ufficiali intorno a lui sgranarono gli occhi, vedendolo e capendo chi fosse, e si affrettarono a scattare sull'attenti.
Flaminino li ignor come se non esistessero. Villio, buongiorno.
Se non fosse stato per la magnificenza del contesto, decise, la tunica macchiata di vino di Villio l'avrebbe potuto far scambiare per un mercante di poco conto. A parte la sua mancanza di decoro, non era mai stato un uomo affascinante, ma comunque era un buon politico. Era amichevole senza essere ossequioso, e, come Flaminino, pronto a ottenere sempre nuovi alleati. Il problema era che non riusciva a tenerseli stretti.
Se un maggior numero dei tuoi cosiddetti amici a Roma ti fossero rimasti fedeli, pens Flaminino, io non sarei arrivato qui. Indic le pietre colorate sistemate in bell'ordine sul tavolo. Stavi parlando dei tuoi piani?.
Un lampo di irritazione sfior i lineamenti di Villio. Io... s.
Flaminino si avvicin. Mostrameli. Voglio capire qual  la situazione, prima di ordinare alle legioni di marciare. Gli ufficiali presero a bisbigliare piano tra loro, e questo gli diede un immenso piacere.
Villio si lisci i capelli arruffati, in un chiaro sforzo di restare calmo. Prenderai subito il comando? Pensavo che avremmo condiviso l'incarico, per un po'....
Non sar necessario. Gli ufficiali avranno tutti i dettagli logistici a portata di mano. Certo, a meno che....
I miei sottoposti sanno dove si trova ciascuna unit e come  schierata, rispose Villio, secco.
Eccellente. Flaminino si chin verso le pietre, cercando di orientarsi. Ah. Queste pietre bianche devono essere gli accampamenti delle legioni. Lanci uno sguardo a Villio.
Giusto. Il dito di Villio tracci una linea sinuosa verso est. Questo  il corso del fiume Aous, e questo, a sud,  un suo affluente, il Drynos. Entrambi scorrono attraverso delle strette vallate, ma solo l'Aous va verso est, verso la Tessaglia e la Macedonia. Filippo ha fatto costruire delle fortificazioni su entrambe le rive dell'Aous..., indic le file di ciottoli neri, ...qui e qui. Le montagne ai lati del fiume sono ripide e coperte di boschi.
Dovranno pur esserci dei sentieri, comment Flaminino, pensando alle Termopili, dove i Persiani avevano accerchiato il re spartano Leonida e i suoi uomini.
Fin troppi, ma per la maggior parte non sono utili, replic Villio. I pastori locali si sono nascosti. Non sar facile trovare il modo per aggirare l'esercito di Filippo.
Flaminino indic le pietre nere. E le sue difese?
Sono forti. Dei terrapieni corrono dal bosco fino alla riva del fiume, con dei fossati di fronte. Ci sono torri sulle mura, e vi ha piazzato sopra catapulte e baliste. Il dito di Villio si ferm su un quadrato di ciottoli grigi. La falange  posizionata dietro le difese. Attaccare questo luogo potrebbe costarci molte perdite.
Flaminino sper che Villio si fosse sbagliato. Avrebbe controllato con i suoi occhi le fortificazioni di Filippo appena possibile, ma sembrava che l'astuzia e l'ingegno sarebbero stati la chiave per la vittoria, invece di un attacco frontale. Eppure, con la minaccia di Galba che gli pendeva sulla testa, avrebbe dovuto vincere, in un modo o nell'altro. Devi dirmi altro?.
Gli occhi di Villio si spostarono dalle pietre a Flaminino e viceversa. Io... be', s.
Flaminino prov un minimo di compassione per Villio, che sembrava un bambino privato di un regalo di compleanno da tempo atteso. Continua.
I passi montani a nord, compreso quello usato da Galba, non sono difesi.
Ma usarli significherebbe lasciare scoperti i nostri accampamenti sulla costa. E Filippo non guarderebbe certo in bocca a un simile caval donato.
Ed  per questo che avevo pensato di attaccarlo qui. La voce di Villio si era alzata.
Sa prendere delle decisioni sensate, quando vuole, pens Flaminino.
Le nostre forze navali sono pronte a salpare. Attendono solo un mio ordine.
Non preoccuparti della flotta. Mio fratello  il nuovo ammiraglio: avr gi preso il comando.
La bocca di Villio si spalanc in una O di sorpresa. Dopo un attimo, dichiar: Abbiamo degli alleati locali.
S, gli Epiroti.
Sono perlopi briganti, ma c' un capotrib che si  rivelato utile: Carope, lo chiamano.
Ha molti guerrieri?
Qualche centinaio, ma non hanno la minima disciplina. Sono pi utili a trovare acqua e provviste. I miei ufficiali sanno come raggiungerlo.
Molto bene. Flaminino memorizz quel nome.  tutto, s?
S, suppongo. Villio sbatt le palpebre, come se si stesse svegliando da un brutto sogno.
Cena con me, stasera. Potrai riferirmi allora qualsiasi dettaglio ti sia sfuggito. E vestiti in modo adeguato, d'accordo?.
Era un congedo, e solo un idiota non se ne sarebbe reso conto. Villio annu, cupo. Che Giove e Fortuna ti guidino.
Grazie. Flaminino schiocc le dita verso gli ufficiali. Voglio i dettagli su tutte le unit di cavalleria e fanteria. Subito.
Concentrato com'era, non si accorse di un Villio umiliato che lasciava la sala. Quando se ne rese conto, non prov alcun rimorso. I migliori alla fine svettano sempre, pens. Gli uomini migliori hanno successo, e quelli meno capaci cadono lungo il cammino. Galba era una spina nel fianco, certo, ma Flaminino intendeva sfruttare al meglio quella situazione. A Roma, aveva pagato una dozzina delle sue spie per scoprire tutto quello che si poteva su Galba. Quell'uomo doveva avere delle debolezze, come tutti. Doveva solo trovarle.
Flaminino fiss le difese di Filippo. Erano passati due giorni, e aveva capito alla perfezione la situazione del suo esercito. Era ora di comprendere il nemico, e perci aveva cavalcato fino alla valle dell'Aous con dieci manipoli dei suoi migliori principes. Alcune centinaia delle sue truppe erano gi sul posto, per controllare i soldati di Filippo, ma Flaminino si era comunque portato dietro ulteriori protezioni. Non voleva certo andarsene da quel mondo morendo in un attacco a sorpresa.
C' qualche possibilit di inviare degli uomini tra gli alberi e attaccare i lati dello schieramento nemico?. Rivolse la domanda al centurione pi vicino, un tipo con le gambe storte e gli occhi piccoli e scintillanti.
Da quel che ho capito, signore, sarebbe difficile. Il fianco della montagna  ripido e il bosco molto fitto. Il terreno  pericoloso, pieno di radici e rocce. Il centurione esit, prima di aggiungere: Combattere su un simile terreno sarebbe molto rischioso, signore.
E queste informazioni vengono da...?
Dagli esploratori, signore. Si sono inoltrati nel bosco proprio sul limite dei bastioni di Filippo. Entrambe le rive del fiume presentano la stessa situazione.
Il centurione era sicuro di s e non sembrava intimidito dalla sua presenza, consider Flaminino. Gli piaceva. Come ti chiami?
Matone, signore.
Hai combattuto contro Annibale?.
L'uomo gli rivolse uno sguardo sarcastico. Ci ho passato met della mia vita, signore.
Eri a Zama?
S, signore.  stata una dura battaglia. Matone sollev il braccio destro, mostrando una cicatrice che correva dal gomito al polso. Mi ha lasciato questo ricordo.
Matone era un duro, decise Flaminino. Un leader nato. L'anno scorso, le legioni hanno spezzato le linee di difesa di Filippo al passo scuro.
S, signore. Ero anche l. Matone lanci un'occhiata alle posizioni nemiche. Ma queste saranno pi difficili da spezzare.
Perch?
Sono costruite molto meglio, signore. I nemici sono venuti qui prima che le nevi si sciogliessero. Hanno potuto costruire queste difese per mezzo mese senza alcuna interferenza da parte nostra. Villio.... Matone si interruppe.
Parla liberamente. Non ti succeder niente di male.
Gli esploratori hanno fatto sapere della presenza di Filippo in questo luogo, signore. Sarebbe stato facile inviare una forza d'attacco contro il nemico. Li avremmo potuti cogliere di sorpresa all'alba, come abbiamo imparato a fare contro Annibale. Ma Villio ha perso quest'opportunit.
Forse. Ma non avreste impedito che le difese fossero costruite, lo sfid Flaminino.
No, signore, ma avremmo rallentato quei bastardi... perdonami, avremmo rallentato i nemici. Li avremmo messi sulla difensiva, e avremmo reso loro molto pi difficile tirare su simili terrapieni. Conquistarli ci coster molto, signore. A meno che tu non voglia marciare verso una delle valli a nord, ecco.
Flaminino scoppi in una risata fredda. Spietata. No, centurione. Attaccheremo Filippo a testa bassa, e supereremo le sue difese. Se gli di sono con noi, la vittoria sar nostra, in questa valle.
Il sogghigno di Matone era spiacevole.  un piano che mi piace, signore. Io e i miei ragazzi faremo la nostra parte.
Con soldati come Matone, il suo destino si sarebbe compiuto, pens Flaminino. Riusciva gi a vedere Filippo che gli si inginocchiava davanti. Di, quanto desiderava veder arrivare quel giorno. Sarebbe valsa la pena anche di aver accettato il terribile accordo con Galba, allora.

Capitolo 36.

Filippo aveva ordinato ai suoi peltasti di restare di guardia sulle fortificazioni ai due lati del fiume. Le falangi erano posizionate dietro le recinzioni sulla riva nord, ulteriore barriera contro i Romani, se anche fossero riusciti a superare la prima. Lo spazio ristretto gli avrebbe impedito di usare la cavalleria, quindi il re aveva ordinato di mettere al sicuro i cavalli, facendo schierare i Compagni a piedi insieme ai falangisti.
Erano passati quasi tre giorni, da quando i Macedoni avevano saputo dell'arrivo di Flaminino; le legioni avevano marciato risalendo la valle dell'Aous dall'alba al tramonto, ogni giorno. Stanco di attendere dove non si vedeva nulla, Demetrio, con Cimone e Antileone, aveva chiesto e ottenuto il permesso di unirsi ai peltasti sui bastioni. Diverse fiasche di vino erano state offerte loro sulla passerella, da dove si vedevano molto bene i Romani e i loro alleati, che si stavano schierando un'unit dopo l'altra. Demetrio e gli altri indicavano e guardavano, come del resto stavano facendo anche i peltasti. Il morale era alto, ma gli uomini erano comunque nervosi.
Migliaia di nemici erano ormai in vista; avevano guadato il fiume, riempiendo lo spazio aperto davanti alle difese di Filippo. Sul davanti dello schieramento c'erano centinaia di guerrieri che si erano alleati con Roma: scuri Epiroti, selvaggi Illiri e un gruppo di Dardani. Alleati sacrificabili, avrebbero fatto parte di sicuro del primissimo assalto. Dei legionari con creste con tre piume formavano la prima fila dell'esercito; Demetrio sapeva che erano gli hastati, giovani con poca esperienza in battaglia. Dietro di loro, vide altre creste. Quelli erano i principes, veterani in cotta di maglia che di solito finivano ci che gli hastati cominciavano. Infine, c'erano i triari, la migliore fanteria di Roma. Simonide aveva detto che erano tenuti come riserve, a meno che il loro intervento non fosse proprio necessario.
Era difficile stare a guardare il nemico che si preparava per la battaglia. Demetrio sentiva le viscere torcersi; continuava ad aver bisogno di svuotare la vescica. Eppure, doveva essere ancora pi spiacevole per i soldati nemici sapere di dover attaccare le loro fortificazioni.
Zeus, instilla il terrore nei loro cuori, preg. Falli tremare, quando si avvicineranno, e fa' che la nostra artiglieria li falci come il grano. E quando lanceranno le scale contro il terrapieno, dacci la forza di gettare ogni uomo nei fossati.
Sono stanco di aspettare, borbott Antileone. Come Demetrio, era armato di sarissa e spada; lo scudo era appoggiato, con gli altri, contro il bastione. Una dozzina di lance recuperate dagli armaioli erano nelle vicinanze. E tu?.
Demetrio annu. Prima quegli stupratori di bambini si muoveranno....
E prima potremo farla finita, concluse Cimone, al posto suo. Stiamo provando tutti la stessa cosa.
Il tempo continu a trascinarsi. I compagni non riuscivano a capire perch i Romani non attaccassero: ormai sembravano del tutto schierati. Cercarono di distrarsi giocando a dadi, e Demetrio perse met del contenuto della borsa a favore di un sorridente Cimone, e scommettendo su chi avrebbe ucciso il maggior numero di nemici. Cimone dichiar che ne avrebbe uccisi dodici o pi; Antileone nove; Demetrio opt per un conservativo sette. Nessuno parl della possibilit di essere ucciso. Nonostante quei tentativi di distrarsi, spesso riportavano lo sguardo oltre il parapetto, fino ai nemici ammassati.
Demetrio stava di nuovo svuotando la vescica quando le trombe romane squillarono. Con il cuore in gola, torn sulla scala e si spinse tra gli amici.
L'intero fronte nemico stava avanzando. Erano guerrieri alleati e hastati, e procedevano a passo costante. I non Romani urlavano e gridavano, sbattendo le armi contro gli scudi. Tra i legionari, regnava invece un cupo silenzio.
Eccoli che arrivano, mormor Cimone, perdendo il solito sorriso.
Lascia che vengano, ringhi Antileone.
Non ci credevo, ma  vero: a volte marciano in silenzio, comment Demetrio, con un brivido.
Quei bastardi hanno paura come noi. Solo che sono stati addestrati a restare zitti, dichiar Cimone con disprezzo.
I peltasti non avevano alcun interesse a imitare la tattica dei Romani. Insulti e grida di guerra riempirono l'aria, e le lance sbatterono contro gli scudi.
L'esercito nemico era a cinquecento passi dalle fortificazioni macedoni. A quattrocento, gli hastati erano ancora in formazione, ma le teste calde tra gli alleati si erano staccate dai compagni, gettandosi alla carica. Ben presto, l'intero contingente di guerrieri cominci a correre contro i fossati macedoni.
Non sarebbero mai arrivati vicini a Demetrio e ai suoi compagni. Sciocchi, pens lui. Perch correre incontro alla morte?.
I suoi occhi tornarono agli hastati, che continuavano a marciare alla stessa velocit di prima. Erano a trecentocinquanta passi da Demetrio, mentre i guerrieri erano pi vicini di un terzo della distanza. L'artiglieria cominci a lanciare. Le baliste scoccarono con una profonda vibrazione. Le catapulte fecero un rumore molto pi secco e sinistro. In un attimo, l'aria si riemp di dardi e pietre.
Le frecce, come lampi scuri, attraversarono scudi e carne, spesso abbattendo due uomini insieme. Il carnaio causato dalle pietre delle catapulte era affascinante. Scudi ed elmi non costituivano alcuna difesa. Le preghiere non aiutavano. Gli uomini cessavano di esistere, ridotti ad ammassi di muscoli e ossa. Le teste sparivano in spruzzi di sangue e materia cerebrale. Gli arti venivano strappati via. Grossi vuoti si aprirono tra le fila dei guerrieri, e l'artiglieria continu a sparare, ogni quindici battiti, senza sbagliare. Dopo giorni di prove ed esercitazioni, ben calibrate e contro nemici ammassati, le catapulte e le baliste non potevano mancare il bersaglio.
A forse centocinquanta metri di distanza, la carica perse forza e si ferm. Demetrio stim che un quarto dei guerrieri fosse stato abbattuto, che fossero morti o feriti. Gli altri non riuscirono a resistere oltre. Seguiti dalle grida di scherno dei difensori, lasciarono cadere le armi e fuggirono. Non ci fu piet, per loro. L'artiglieria continu a far piovere su di loro missili su missili, continuando a falciarli.
 il nostro turno, disse Cimone, portando l'attenzione di Demetrio al terreno davanti alla loro posizione.
Gli hastati erano ormai a tiro, e gli artiglieri erano pronti. Tra schiocchi e vibrazioni, i dardi volarono verso l'alto e le pietre tracciarono traiettorie curve nel cielo. Tra gli hastati, diversi uomini morirono.
Demetrio studi gli uomini intorno alla catapulta pi vicina, che lavoravano quasi come se fossero uno solo. Usando pezzi di legno inseriti nelle ruote dentate, due uomini ai lati del macchinario risollevavano il braccio fino alla massima angolazione. Altri due caricavano una pietra nell'incavo di cuoio che pendeva dalla sua estremit. Non appena si scostavano, l'ufficiale tirava la corda di rilascio. Pi rapido di quanto l'occhio umano potesse seguirlo, il braccio si raddrizzava verso l'alto. Quando collideva con il grosso palo di legno che formava la parte mediana della struttura, la pietra veniva lanciata in aria.
Demetrio segu la traiettoria del proiettile, che per un attimo si stagli alto contro l'azzurro del cielo, prima di piombare verso il suolo. La potenza era tale che cancell dall'esistenza un astato - un attimo prima era l, quello dopo era scomparso - e uccise altri due uomini dietro di lui, prima di spezzare le gambe a diversi soldati pi indietro. Gli ufficiali urlarono degli ordini, e il vuoto lasciato dai legionari caduti fu riempito all'istante.
Lo sguardo di Demetrio torn alla catapulta. Stava per lanciare ancora: il braccio era quasi alla massima estensione, e gli uomini addetti al caricamento erano pronti con un altro grosso masso. C'era una bellezza terribile in quell'arma, decise, ricordando come aveva rischiato di essere ucciso da uno di quei proiettili ad Abido.
Pronti!, grid l'ufficiale dei peltasti pi vicino. Non lanciate fino al mio ordine.
Demetrio pos la sarissa e scelse una lancia dal mucchio. Incalzati dagli ufficiali, gli hastati ora stavano correndo. Due uomini ogni sei o otto portavano una scala. Forse solo centoventi passi li dividevano ormai dai fossati, e i lanci dell'artiglieria non si fermarono. Urla acute di dolore si udivano dappertutto oltre i bastioni. Corpi e pezzi smembrati costellavano il terreno. Demetrio riusciva a scorgere pozze di sangue, e quelli che dovevano essere frammenti di crani e tessuto cerebrale. Si sent rivoltare lo stomaco.
Una lancia vol oltre il bastione, tirata da un giovane peltasta vicino alla loro posizione. I suoi compagni lo presero in giro ridendo, quando piomb nella polvere molto prima degli hastati.
Aspettate!, rugg l'ufficiale, furioso. Aspettate, maledetti!.
Nessun altro lanci, e gli hastati superarono la gittata dell'artiglieria. Avevano sofferto almeno altrettante perdite degli alleati, ma non si fermarono. Demetrio cominci a identificare dei volti. Erano cupi, ringhiosi, con le labbra ritirate sui denti per lo sforzo di correre. Vide paura, ma vide soprattutto determinazione. I Romani erano del tutto diversi dai loro alleati, decise.
Settanta passi, grid l'ufficiale dei peltasti.
La visuale di Demetrio si era ristretta. Ora non riusciva a vedere altro che quattro o cinque hastati, dritti davanti a lui. Avvertiva la presenza di Cimone e Antileone ai suoi fianchi; sapeva che anche loro avevano tirato indietro il braccio destro ed erano pronti a lanciare.
Sessanta!, grid l'ufficiale.
Demetrio si pass la lingua sulle labbra secche e scelse un astato al cui elmo mancava una piuma.
Cinquanta. lanciate!.
Demetrio lanci. Non ci fu il tempo di scoprire se il tiro fosse stato preciso; raccolse un'altra lancia.
Lanciate a volont!, ordin l'ufficiale.
Demetrio abbass lo sguardo; l'astato con la piuma mancante non c'era pi. Mirando a un altro Romano, tir con tutta la forza che aveva.
Le quattro lance che avevano a testa finirono in un attimo, e gli hastati gi stavano scendendo nei fossati a decine. Per quanto cercassero di non farsi male, alcuni finirono sui triboli, altri caddero sui bastoni appuntiti. Ma ce n'erano cos tanti che presto le scale furono sbattute contro il bastione. Una comparve davanti a Cimone, che l'afferr e, con una spinta possente, la fece cadere di lato. Uno dei due hastati gi sulla scala cadde in piedi, ma l'altro non fu cos fortunato e si infilz su un palo appuntito.
Demetrio recuper la sarissa. Era come se fosse stata creata per quel genere di situazione, pens, mentre si sporgeva oltre il parapetto. Un secco affondo, e la piant in un astato nell'incavo tra collo e spalla. Con uno schizzo di sangue, l'uomo piomb gi dalla scala, portandosi dietro il compagno pi in basso. Demetrio ripet la mossa quando il caduto si riprese e tent di nuovo di salire. E lo fece ancora e poi ancora, finch i muscoli del braccio non cominciarono a bruciare.
Pass un po' di tempo. Non un singolo Romano era riuscito a raggiungere vivo il bastione. I cadaveri avevano riempito il fossato al punto che gli hastati ormai potevano superarlo camminandovi sopra. Non era facile salire le scale, che ora posavano su un tappeto di corpi, e i difensori riuscivano a rovesciarle con molta pi facilit. Ma se fossero rimasti dov'erano, i legionari sarebbero morti per le lance tirate dai peltasti. La morte regnava suprema.
Demetrio osserv un optio che colpiva gli uomini con il suo lungo bastone, costringendoli ad avanzare. Stanno vacillando!.
Si sporse dal parapetto, e quando l'optio guard verso l'alto, lo infilz in un occhio. Entr di qualche dito e poi usc. L'uomo croll come una bambola di stracci, e gli hastati pi vicini si ritrassero.
ma-ce-do-nia!, url Antileone.
Il grido si diffuse lungo il bastione, come un'ondata sonora che si alz fino al cielo. I difensori ripresero coraggio, mentre i legionari vacillavano sempre di pi. Da soli, in coppie o in gruppi pi numerosi, alla fine si girarono e fuggirono. Scudi e spade furono abbandonati sul terreno insanguinato. I feriti implorarono invano di essere salvati; molti furono calpestati a morte dai compagni.
Ce l'abbiamo fatta, disse Demetrio, battendo una pacca sulla spalla di un sorridente Cimone.
Antileone sput oltre il parapetto. Torneranno.
Non per un po', ribatt Demetrio, certo che quel massacro avrebbe costretto il comandante romano a pensarci su.
Ma si sbagliava.
Gli uomini ebbero appena il tempo di scendere dai bastioni per recuperare le lance e uccidere i nemici feriti e tornare al sicuro, perch le trombe ripresero a squillare, ordinando ai principes di avanzare.
Lo scontro, in quel caso, fu pi aspro e prolungato. Meglio armati degli hastati, un minor numero di principes fu ucciso dalle frecce. Nonostante le pietre, che continuarono a falciare vittime e a seminare distruzione, non si fermarono. A causa della ferocia del primo attacco, i difensori avevano meno lance, e cos meno Romani morirono nei cinquanta passi finali. Il fossato era pieno di cadaveri di hastati, e i principes che raggiunsero la base del terrapieno poterono subito appoggiare le scale.
Poi salirono. Caddero, ma, grazie al tappeto di cadaveri, le vittime non furono numerose come prima. Stanchi e zuppi di sudore, Demetrio, i suoi compagni e i peltasti usarono le lance fino a esaurirle o romperle tutte. A quel punto, poterono usare solo le spade, e questo permise a un maggior numero di principes di salire sul bastione. Non molto dopo, un enorme legionario sal sulla passerella a dieci passi da Demetrio. Attaccato da sinistra e da destra, ben presto fu abbattuto, ma il suo sacrificio permise ad altri due principes di seguire il suo esempio. Uccisero due peltasti, mentre altre teste romane comparivano oltre il parapetto.
Demetrio si gett in avanti, sbattendo l'aspide contro lo scudo del princeps pi vicino. Una violenta testata, e il bordo del suo elmo ruppe il naso dell'uomo. Un attimo dopo, infilz il princeps stordito al collo. Con una forte spinta, Demetrio spinse il corpo a terra dietro le fortificazioni, trovandosi pi vicino al princeps che ancora stava salendo la scala. Aveva un piede su un piolo e uno sulla passerella. Con lo scudo nella sinistra e afferrato al parapetto di legno con la destra, era inerme. Demetrio lo colp in faccia con l'aspide, spingendolo indietro, nel fossato. L'altro princeps sul bastione era stato ucciso da un peltasta; lui e Demetrio spinsero via la scala, facendo cadere un altro legionario sui cadaveri ammucchiati. I due si scambiarono uno sguardo soddisfatto e tornarono alle rispettive posizioni.
Lo scontro and avanti, finch i principes non resistettero oltre. Per ogni breve e fallito tentativo di mettere piede sul bastione, ne morivano una ventina. L'emorragia delle loro truppe non poteva andare avanti, e alla fine i comandanti lo capirono. Le trombe suonarono la ritirata e i principes fermarono l'assalto. In contrasto totale con gli hastati, tuttavia, non fuggirono. Alcuni aiutarono perfino i compagni feriti a ritirarsi. Uno ebbe il coraggio di restare a tiro delle lance, sollevando la tunica ed esponendo le parti intime, mentre urlava insulti ai difensori.
Le lance piovvero contro di lui, ma il princeps si limit a scoppiare a ridere. Poi, senza fretta, si riabbass la tunica, raccatt lo scudo e si allontan, mostrando la schiena ai nemici.
Un peltasta vicino ai compagni lo punt con la lancia.
Non farlo, disse Demetrio.
Il peltasta lo fiss incredulo. Cosa?
Sono morti gi abbastanza uomini coraggiosi, per oggi.
Il peltasta rispose con uno sbuffo di disprezzo. Chiuse un occhio e lanci. Era un tiro spavaldo, visto che il princeps doveva essere almeno a una settantina di passi di distanza. Ma, con grande stupore di Demetrio, l'asta si conficc in profondit nella coscia destra del Romano. Urlando come un cinghiale ferito, l'uomo croll in ginocchio. Urla di gioia si sollevarono dai peltasti, e l'uomo che aveva lanciato rivolse un sogghigno a Demetrio. Il secondo lancio dovrebbe finirlo.
Demetrio non ebbe la forza di controbattere, ma fu lieto di vederlo mancare. A quel punto, due dei compagni del princeps erano corsi in suo aiuto. La terza lancia del peltasta arriv corta, e, con un'imprecazione, l'uomo desistette.
Asciugandosi il sudore, Demetrio controll il campo di battaglia. Molte centinaia di corpi costellavano il terreno. Pi radi al limite della gittata dell'artiglieria, si moltiplicavano pi vicino alle difese. Alla base del bastione, riempivano il fossato. In alcuni punti, i mucchi erano alti quanto un uomo. Parecchi erano ancora vivi. Qualche braccio si muoveva, qualche dito fremeva. Voci cariche di dolore invocavano le loro madri. Gemevano parole senza senso, urlavano verso un cielo incurante.
Demetrio non riusc pi a guardare quel massacro. Fu come se un martello di stanchezza gli si abbattesse addosso, e si sedette con la schiena contro il parapetto che avevano difeso combattendo con tutte le forze. Chiuse gli occhi, ma non vide altro che corpi dilaniati e insanguinati.
E il giorno dopo sarebbe stato lo stesso.

Capitolo 37.

Felice sbadigli. Le trombe non avevano ancora squillato, segnalando la fine del suo turno di guardia, ma non mancava molto. Lanci un'occhiata ai bastioni nemici alla luce fioca dell'alba, e non vide nulla di interessante. Le sentinelle, lass, erano annoiate quanto lui, con tutta probabilit. Era passato pi di un mese dal primo attacco fallito alla posizione di Filippo, e sebbene Flaminino continuasse a inviare truppe contro i Macedoni, ogni attacco successivo era finito sempre allo stesso modo. Quelle sconfitte, e le numerose perdite subte, avevano visto la tattica del comandante cambiare. Adesso gli attacchi somigliavano pi a tentativi di saggiare le difese nemiche. Perci, per la maggior parte dei legionari, la vita quotidiana era diventata una sorta di routine. Scaramucce ed esplorazioni erano nella norma, durante il giorno; una piacevole quiete si stabiliva ogni notte.
Il turno di guardia di Felice si era trascinato, come al solito. La prima ora, di solito, non era cos terribile: con la pancia piena per la cena, ci si poteva godere il tramonto, provando gratitudine per non essere morti nei brutali scontri, fino a quel momento. Nella seconda e nella terza ora, era semplice mantenersi impegnati, camminando lungo il bastione dell'accampamento e facendo due parole con le altre sentinelle di guardia. Nella quarta e nella quinta, si cominciava a provare il freddo e la noia. La nostalgia di casa e della famiglia, se c'erano, tendeva a riempire i pensieri. La frustrazione di dover restare in quella maledetta vallata per chiss quanto tempo la scacciava.
La rabbia era utile per tenere lontano il sonno, ma non serviva a lungo, perch la sesta ora e le successive erano le peggiori. Erano quelli i momenti in cui un uomo rischiava di addormentarsi. Ma Felice non aveva pi quel problema. Ogni volta che gli calavano le palpebre, l'immagine del volto terrorizzato di Ingenuo gli riempiva la mente, e lui si svegliava di botto, con un violento senso di colpa a dilaniarlo.
Un buon centurione tendeva a controllare i suoi soldati, quando erano nel momento peggiore; Pullone non faceva eccezione. Un paio d'ore prima, aveva fatto il giro delle sentinelle, muovendosi con tanta furtivit da trovarselo accanto senza rendersene conto, se non si faceva attenzione.
Felice era stanco, ma del tutto sveglio, quando Pullone era venuto a controllarlo. Sebbene sapesse che Matone non era nelle vicinanze, il cuore gli era balzato comunque in gola, e gli ci era voluto parecchio tempo per calmarsi, dopo che Pullone se n'era andato. Superato quell'ostacolo, l'ultimo periodo del turno di guardia era stato il peggiore di tutti; non era riuscito a pensare ad altro che a Ingenuo, finch i primi raggi di sole non avevano schiarito l'orizzonte a est. Ormai in vista della conclusione del turno, si era rasserenato almeno un po'. Non era il suo turno di cucinare, e avrebbe potuto riposare mentre uno dei suoi compagni preparava il pane sul fuoco. Una volta mangiato, decise, avrebbe dormito per qualche ora.
Dopodich, sarebbe andato a caccia. La dieta dell'esercito, a base di pane e vino, poteva tenere in vita un uomo, ma, per gli di, quant'era monotona! Le campagne erano state gi saccheggiate. Cibi come formaggio e carne erano ancora disponibili, presso il quartiermastro. Tuttavia, i prezzi erano esorbitanti, e spesso eccessivi per dei semplici soldati. Rubare dalle riserve poteva essere un'idea, ma si rischiava il fustuarium, se colti in flagrante. L'opzione migliore era dirigersi verso le colline con una lancia, chiedendo agli di di essere generosi. Felice era un ottimo cacciatore. Spesso, tornava con un coniglio o una lepre, e a volte addirittura con un cervo o un cinghiale.
Il suo stomaco si mise a brontolare, al pensiero di quelle leccornie.
Al tramonto, Felice era di pessimo umore. La sua battuta di caccia era stata infruttuosa; era tornato all'accampamento scottato dal sole e con i piedi dolenti, oltre che pieno di graffi. Invece di offrirgli comprensione, Antonio, che non era andato con lui, aveva cominciato prima di tutti gli altri a prenderlo in giro.
Che  successo, sei finito in un rovo?, gli chiese, per la terza volta.
S, borbott Felice. Te l'ho gi detto.
E come ci sei riuscito, in nome di Ade?. Narciso non poteva certo esimersi dall'unirsi allo scherno generale.
Sono inciampato.
Fabio non manc di dire la sua. Ma  successo prima o dopo che non sei riuscito a infilzare il coniglio?
Andate in malora, scatt Felice. Non mi pare che voialtri bastardi torniate spesso con qualcosa da cucinare.
Forse no, lo schern Matteo, ma nessuno di noi  mai caduto in un cespuglio di rovi.
Tutti scoppiarono a ridere.
A Felice piacevano le battute, ma non era piacevole trovarsi a riceverne in quel modo. La prossima volta che uccider un cervo, non ve ne far assaggiare neanche un po', li ammon. Piuttosto vender la carne, succhiacazzi che non siete altro.
Antonio mim una caduta. Oh, di, le spine!, strill, mentre gli altri ridevano ancora pi forte.
L'arrivo inaspettato di Pullone li fece mettere tutti sull'attenti. Il centurione osserv Felice da capo a piedi. Cos', hai combattuto con un roveto?
Una cosa del genere, signore, borbott Felice, mentre i compagni ridacchiavano ancora.
Sei in grado di combattere?.
Felice si raddrizz. Certo, signore.
Avete mangiato?. Pullone, come sempre, mantenne la voce bassa, rivolgendosi a tutto il gruppo.
Stavamo per farlo, signore. Antonio indic le focacce che cuocevano sulle pietre piatte intorno al focolare. Ne vuoi un po'?.
Pullone accenn un ringraziamento con la testa. Non  per questo che sono qui. Riempitevi la pancia, sciocchi, ma non bevete troppo. Not che il loro interesse saliva. Il nostro manipolo  stato scelto per una missione.
Domani, signore?, domand Felice.
Pullone mostr i denti. No. Stanotte.
I legionari si scambiarono sguardi cauti. Le ore della notte, dominio di spiriti malvagi e bestie selvatiche, non erano alleate degli uomini. Era facile perdersi, inciampare e cadere. Era facile scambiare un compagno per un nemico. Dunque, non sorprendeva che gli attacchi notturni fossero molto rari, oltre che ben poco apprezzati.
Cosa dobbiamo fare, signore?, volle sapere Antonio.
Non ha senso attaccare le fortificazioni nemiche. Ci spezzeremmo il collo prima ancora di riuscire a risalire quel maledetto muro, dichiar Pullone, con grande sollievo di tutti. Gli esploratori che hanno controllato i boschi ritengono che nessuno sarebbe abbastanza stupido da provare ad attaccare dalla fitta vegetazione.
Tranne noi, pens Felice. Vide lo stesso dubbio negli occhi dei compagni, ma nessuno disse una sola parola. Pullone era il loro centurione, e quando ordinava loro di saltare, l'unica risposta poteva essere: Quanto in alto?.
Dovremo avanzare attraverso gli alberi fino ad aggirare le difese nemiche. Se nessuno ci vedr, attaccheremo all'alba. Il nostro compito  semplice: conquistare la sezione pi vicina della fortificazione, lanciare un segnale alle truppe in attesa e poi resistere fino al loro arrivo. Facile, no?. Il sorriso di Pullone ricord a Felice un lupo che incombeva sulla preda.
No, signore, rispose, sollevando il mento. Ma ti seguiremo comunque.
Come se avessimo scelta, poi, sembr dire lo sguardo in tralice che gli lanci Antonio, ma borbott con gli altri il suo assenso.
Flaminino ha promesso a chiunque sopravvivr tre mesi di paga. Pullone sogghign, notando quanto fosse cambiata la loro espressione. Non c' niente di meglio di una borsa piena di monete, eh?.
Felice era grato dei banchi di nuvole che si ammassavano sopra di loro. Niente stelle e niente luna, quindi l'oscurit sarebbe stata quasi completa. Non avrebbero rischiato di essere visti dal nemico, finch, agli di piacendo, non sarebbe stato troppo tardi. Considerando che procedevano a passo di lumaca, per mancanza di visibilit, non era molto probabile neanche che li sentissero. Dopo aver annerito con del fango le parti di pelle visibili, il manipolo si era avviato dall'accampamento sul fiume Aous all'inizio del secondo turno di guardia. Il guado era stato aiutato da due file di paletti, a dieci passi di distanza, piantati nel fondale per tutta la larghezza del fiume. Dei rami di salice erano stati intrecciati tra i paletti a monte, creando una barriera che rallentava parecchio la corrente.
Una mezza dozzina di esploratori epiroti li attendeva dall'altra parte; si erano concessi un po' di tempo per raggrupparsi e spalmare altro fango sulle gambe, dove l'acqua l'aveva portato via. Pullone aveva sussurrato loro parole di incoraggiamento, dicendo che sarebbero stati molto pi ricchi, la sera successiva. Aveva detto all'orecchio di Felice: Conto su uomini come te, cosa che l'aveva fatto scoppiare d'orgoglio.
Quando era arrivato l'ordine di muoversi, era pronto a tutto. Con Pullone al comando, pens, ce l'avrebbero fatta. Due esploratori andarono avanti per controllare l'eventuale presenza di nemici; gli altri quattro si misero in testa ad altrettante colonne di legionari. Lenti ma costanti, avanzarono tra gli alberi, allontanandosi dal campo di battaglia davanti alle fortificazioni macedoni dove tanti loro compagni erano morti. Nessuno portava delle torce, e si doveva mantenere il massimo silenzio. L'avanzata non era semplice. Il terreno era costellato di pietre che si muovevano sotto i loro piedi. I rami li colpivano in faccia e si impigliavano nelle cotte di maglia. I graffi non si contavano. Felice si appunt mentalmente di studiare braccia e gambe dei compagni alla luce del giorno, giurando a se stesso che chiunque avesse sfoggiato anche un solo graffio avrebbe dovuto sopportare tutte le prese in giro che gli erano ricadute addosso quel giorno.
Circondati da querce da sughero e olmi, e da fitti cespugli sempreverdi, con le nuvole scure sopra di loro, si ritrovarono in un mondo fatto soltanto del tortuoso sentiero lungo il quale avanzavano. Felice perse presto il senso dell'orientamento. Salirono sul crinale e poi ridiscesero, e talvolta gli sembr che tornassero indietro. A volte, si chiese se la guida non si fosse persa: era questo che stavano a significare le loro frequenti fermate, oppure erano dovute soltanto alla necessit di non farsi sentire? Nessuna informazione arriv fino a lui. Felice dovette placare le preoccupazioni ripetendosi che Pullone era davanti con la guida, e lui sapeva cosa stava facendo.
La lenta avanzata prosegu per un'eternit. Era impossibile sapere quanto tempo restasse loro prima dell'alba, ma Felice consider che non doveva mancare molto quando arriv l'ordine di abbassare gli scudi e attendere.
Si pieg verso Antonio, dietro di lui, e sussurr: Dobbiamo essere vicini.
Sembrerebbe di s. Antonio indic oltre il fratello, gi lungo il fianco della montagna. Sono luci, quelle?.
Felice guard. Un vago riflesso di luce si vedeva tra le sagome scure di due grosse querce da sughero. Sembra il fuoco di una sentinella. Ottima vista.
Schierati in una singola fila, si appoggiarono agli scudi e restarono in attesa. Potevano svuotare la vescica, se volevano, ma solo da dove si trovavano. Livio andava avanti e indietro lungo la fila, assicurandosi che tutti restassero in silenzio. Il sottobosco frusciava per il passaggio di invisibili piccoli animali. Un gufo lanci il suo richiamo sinistro, mettendo Felice a disagio. Per non era appollaiato su un tetto, si disse, quindi non poteva essere un messaggero di morte. Fece del suo meglio per ignorarlo. Di tanto in tanto, si sentivano dei rumori provenire dal basso. Un uomo che tossiva. Il crepitio di nuova legna gettata sul fuoco. Due soldati che si salutavano.
La tensione sal, mentre vaghe tonalit rosate tingevano il cielo a est. Pullone li riun in piccoli gruppi e spieg a bassa voce che erano a duecento passi dalla fine del bosco. Uscendo allo scoperto, le difese nemiche sarebbero state molto vicine, alla loro destra. A parte le sentinelle sulle fortificazioni, c'erano forse venti tende sparse in giro, con tutta probabilit occupate da compagni degli uomini di guardia. Quando ci fosse stata abbastanza luce, Pullone e l'altro centurione avrebbero condotto gran parte dei legionari contro le difese; gli altri, al comando di Livio e del secondo optio, si sarebbero occupati degli uomini nelle tende prima di unirsi all'attacco.
Sembrava tutto chiaro, pens Felice. Gli di, e in particolare la capricciosa Fortuna, sembravano dalla loro parte.
Attesero.
Pullone torn lungo la fila, per prendere posto davanti a loro. Non manca molto, fratelli, sussurr.
Attesero.
Strie arancioni e rosate illuminarono il cielo sopra le montagne. Felice riusc a scorgere il volto teso di Antonio; la stessa angoscia si poteva leggere anche sul volto dell'uomo successivo, Fabio. Si costrinse a scacciare il nervosismo. Pullone era davanti a loro. L'assalto sarebbe stato un successo.
Non avevano considerato, tuttavia, che qualcuno degli uomini nelle tende potesse avere un cane, o che lo accompagnasse a svuotarsi la vescica vicino agli alberi.
Un singolo latrato spezz il silenzio, di quelli che un cane emette quando non sa bene cos'abbia davanti.
Merda!, sibil Felice, scambiandosi uno sguardo sgomento con Antonio.
Il cane abbai di nuovo, questa volta pi sicuro.
Ci ha sentito, mormor Felice, pregando che Pullone ordinasse l'attacco.
I latrati si fecero pi intensi. Un secondo cane rispose da una certa distanza, e poi un uomo lanci un richiamo. Le parole non erano comprensibili, ma il tono d'urgenza era ovvio.
Dobbiamo muoverci, o l'intero fottuto accampamento nemico si sveglier, borbott Antonio.
Il fischietto di Pullone suon, tre secchi suoni che ordinavano l'attacco.
Non avrebbero dovuto caricare in una singola fila gi per il sentiero che riuscivano a stento a vedere, ma non avevano altra scelta. Corsero gi, pi velocemente che poterono su quel terreno infido, uscendo dagli alberi e trovandosi davanti un pandemonio. Pullone li aspettava, con la spada sguainata. Il cane che aveva dato l'allarme era a venti passi da lui e ora latrava frenetico. Dietro di lui, degli uomini stavano uscendo dalle tende, armati e pronti a combattere: erano andati a letto preparati. Le sentinelle correvano avanti e indietro sulle fortificazioni; una suonava una tromba.
Felice prov una brutta sensazione all'altezza dello stomaco. Le possibilit di successo stavano precipitando davanti ai suoi occhi. Anche Pullone lo sapeva, glielo lesse in faccia, ma Flaminino aveva ordinato quell'attacco, e tornare indietro senza aver neanche tentato avrebbe provocato una seria punizione. Quando Pullone guid una quarantina di loro verso le difese nemiche, Felice lo segu, mormorando una preghiera a fior di labbra. Grande Marte, tieni il tuo scudo su di noi. Non permettere che moriamo qui inutilmente.
Il loro primo tentativo di salire sulla passerella in cima alle fortificazioni fall. Comprendendo quanto ci fosse in gioco, le sentinelle reagirono in modo eroico. Senza giavellotti, gli uomini di Pullone non potevano raggiungere i nemici se non salendo le scale, che erano a intervalli di trenta passi. I singoli uomini dovevano sperare di farsi strada combattendo sino in cima.
In quelli che sembravano pochi istanti, qualcuno cominci a gridare che tutto l'accampamento era sveglio. Felice si guard alle spalle, e una gelida paura gli chiuse la gola. Centinaia di Macedoni si stavano davvero muovendo, caricando, correndo e scattando verso le difese. Erano sul punto di essere annientati, e non erano riusciti a conquistare neanche la minima parte del bastione. Con suo immenso sollievo, anche Pullone se ne era reso conto. Alcuni fischi secchi fecero sapere a Livio e agli uomini vicini alle tende che dovevano anche loro ritirarsi. Facendo correre i suoi uomini verso sinistra, Pullone corse dritto verso gli alberi. Gli esploratori erano l in attesa, come doveva aver ordinato.
Portateli via da qui, esclam. Pi in fretta che potete!.
Usando quindici uomini, form una linea di difesa per proteggere i principes che stavano risalendo il crinale. Felice, Antonio e i loro compagni ne facevano parte. Serrando le dita sull'elsa delle spade fino a farsi sbiancare le nocche, si prepararono a vendere cara la pelle. Sospiri di sollievo tagliarono l'aria quando gli ultimi uomini li superarono, mentre i nemici erano ancora a qualche centinaio di passi di distanza. Pullone fece un gesto osceno verso i Macedoni in corsa, cosa che provoc le risate dei suoi uomini, e poi li guid verso gli altri. Come un antico eroe, rest in retroguardia.
L'alba era giunta, permettendo agli esploratori di raggiungere l'Aous molto pi in fretta di prima. Nessuno, questa volta, si cur delle spine che graffiarono loro le braccia, o dei rami che li frustarono in faccia. Un misto di terrore e gioia riemp il cuore di Felice. Era la stessa emozione che provavano molti altri: riusciva a sentire risate isteriche, tutt'intorno, mentre diversi uomini inciampavano e venivano aiutati a rialzarsi dai compagni. Fabio faceva battute sui Macedoni che erano lenti come lumache. In fondo, le urla incoraggianti di Pullone fecero capire loro che anche il centurione stava bene.
Non avevano subto molte perdite: due uomini della centuria erano morti, qualcuno ferito. E le cose andarono ancora meglio quando uscirono dal bosco e si trovarono sulla riva dell'Aous, imbattendosi in diverse unit di cavalleria venute ad abbeverare i cavalli: la loro vista avrebbe di certo spaventato gli inseguitori.
La missione era fallita, pens Felice, ma, contro ogni pronostico, erano vivi.
Ed era tutto ci che contava.
Due giorni dopo l'attacco notturno, Felice stava cacciando. Con gli occhi fissi sullo stretto sentiero, cercava tracce di animali tra i cespugli di sempreverdi che ricoprivano le pendici della montagna. Ginestre dai fiori gialli e rose selvatiche bianche erano le piante pi diffuse, ma il profumo intenso della lavanda, del rosmarino e della salvia si faceva comunque sentire. Alti olmi solitari svettavano come sentinelle; querce da sughero dalla spessa corteccia sollevavano i rami verso il cielo di un azzurro brillante.
Trovato nulla?. Antonio era alle sue spalle, a una decina di passi di distanza. Sebbene non fosse un bravo arciere, aveva con s un arco. Meglio tentare comunque di colpire un cervo che non provarci proprio, aveva detto, e Felice non aveva protestato.
Ebbene?, lo incalz Antonio.
Solo orme di conigli.
Antonio sbuff. Prima di partire, avevano deciso di cercare prede pi grosse. Un singolo coniglio non avrebbe garantito che qualche boccone di cibo a ciascun uomo del contubernio; un cervo o un cinghiale li avrebbero sfamati per giorni.
T-t-t-t-t-t-t. T-t-t-t-t-t-t. Un usignolo espresso tutto il suo oltraggio per la presenza di Felice. T-t-t-t-t-t-t. T-t-t-t-t-t-t.
L'uccello avrebbe continuato a farsi sentire finch non avessero lasciato il suo territorio, e qualsiasi preda nelle vicinanze sarebbe stata sul chi vive o sarebbe sparita. Felice affrett il passo. Ne cont forse un centinaio, e il trillo dell'usignolo era pi forte che mai, ma al doppio della distanza, infine, svan. Felice si ferm. C'erano altri usignoli, sugli alberi situati pi in alto sul pendio, con il loro canto allegro che si univa al frinire delle cicale. Qualche grido, gi nella vallata, non mancava di ricordare loro perch fossero in Epiro. Lanci uno sguardo ad Antonio. Potremmo quasi immaginare di essere sulle montagne vicino casa.
Se fossimo l, di sicuro ti lamenteresti di non avere soldi e di avere fame.
Felice sorrise. Anche tu lo faresti.
Antonio si strinse nelle spalle, ma stava sorridendo. Accenn con il mento al sentiero. Sar meglio muoversi. Non vogliamo certo tornare all'accampamento a mani vuote.
Gi.
Dopo un breve sorso d'acqua dalla borraccia, Felice si incammin di nuovo, osservando con attenzione il terreno. Si entusiasm, poco dopo, quando vide delle tracce lungo il sentiero, ma poi cap che appartenevano a una lince: quattro dita e senza i segni delle unghie, che invece un lupo avrebbe lasciato.
Pssst. Indic le orme, e Antonio sgran gli occhi. Quei felini aggraziati ed elusivi vivevano anche in Italia, ma erano molto rari.
Andarono avanti, mentre il sentiero girava intorno al pendio verso una gola tra due picchi. Uno dava sulla valle dell'Aous, l'altro era situato a nord della stessa. I fratelli avevano deciso che, se avessero raggiunto la gola senza aver trovato una preda, avrebbero cacciato conigli sulla via del ritorno. Procedere oltre era rischioso, perch avrebbero potuto incontrare degli esploratori macedoni. Diversi legionari non erano pi tornati da battute di caccia. La gente del luogo, contadini e pastori, non erano certo i colpevoli, visto che erano spariti tra le montagne.
Felice trov altre tracce di conigli, e poi, eccitato, scov quelle di un cinghiale. Ma le sue speranze caddero nel nulla. Gli escrementi secchi che trov poco dopo gli fecero capire che quella pista era vecchia di giorni. Ripetendosi che la pazienza portava al successo, riprese la ricerca.
Forse un centinaio di passi pi avanti, un suono inaspettato lo fece bloccare. Non era quello di un cinghiale che grufolava nel terreno, n il fruscio di foglie provocato da un cervo che si spostava tra i cespugli. Era la voce di un uomo, poco ma sicuro. Felice richiam l'attenzione di Antonio con uno sguardo. Usando le dita, mim una persona che camminava, e indic il sentiero.
Le labbra di Antonio formularono una domanda: Macedoni?.
Felice si strinse nelle spalle, a far capire che non lo sapeva.
Antonio accenn con il pollice lungo il sentiero alle loro spalle e chiese, in labiale: Torniamo indietro?.
Felice segnal di voler prima dare un'occhiata. Antonio incocc una freccia nell'arco.
Avanzarono, cauti, consapevoli che il minimo rumore avrebbe potuto tradire la loro presenza. Dopo venti passi, Felice si ferm ad ascoltare. Non sent nulla. Altri venti passi e si ferm ancora. Questa volta, riusc a udire un basso gemito. Port le labbra all'orecchio di Antonio. L'hai sentito?.
Antonio annu.
Il gemito si ripet. In mezzo ai fitti cespugli del sottobosco, era impossibile localizzarlo, ma non era molto lontano. Si trattava forse di un pastore ferito, si chiese Felice, o piuttosto era una trappola dei Macedoni? Aveva la bocca secca, e di colpo la sua lancia e l'arco di Antonio non gli sembrarono una protezione adeguata contro una pattuglia nemica. Andarsene sembrava tuttavia una scelta da codardi: cosa avrebbe detto Pullone, se l'avesse saputo? Felice mosse un passo avanti, e poi un altro.
Aiuto, gemette la voce.
Felice lo cap: aveva imparato qualche parola in epirota dagli uomini delle trib che combattevano con le legioni. Se era una trappola macedone, decise, non era un granch. La vista che lo accolse dopo la svolta successiva tra gli alberi lo conferm. Sul sentiero era disteso un uomo avvolto in una tunica di lana grezza, con un cane accanto. Vedendo Felice, l'animale ringhi.
Il giovane si ferm. Suo fratello lo raggiunse.
Credi sia un agguato?, sibil Antonio.
Non ne sono sicuro... ma non penso. Felice non si azzard comunque ad avvicinarsi di pi.
L'uomo si sollev a sedere, con uno sforzo. Aveva pi o meno la loro stessa et, ma aveva il volto teso ed esausto. Sollev una mano a palmo in su. Aiuto, vi prego. Parlava un latino rozzo, ma comprensibile. Indic la caviglia destra. Gamba. Male.
Sei un pastore?, domand Felice.
L'uomo lo fiss senza capire.
Tu... pecore?. Felice indic il pendio, sopra e sotto, e poi bel. Capre?.
Di colpo, l'uomo sembr comprendere. S... pecore.
Non  un agguato, dichiar Felice. Saremmo gi morti, a questo punto.  un uomo del posto. Scommetto che si  slogato una caviglia ed  rimasto quass da quando  successo.
Credo che tu abbia ragione, concord Antonio.
Nonostante l'intuizione, mantennero la stretta sulle armi, mentre si avvicinavano, ma non accadde nulla, a parte il cane che prese a scodinzolare. Nessun Macedone usc dai cespugli, n furono colpiti da una pioggia di frecce.
Acqua?. Felice gli tese la borraccia.
Il pastore annu, grato. Quando la restitu, era quasi vuota. Felice lanci uno sguardo ad Antonio. Da quanto tu... qui?, chiese.
Il pastore sollev due dita.
 molto tempo, comment Felice. Devi avere lo stomaco incollato alla spina dorsale.
L'uomo lo fiss senza capire.
Felice frug nella sacca e trov il pezzo di pane che si era portato dietro. Glielo tese.
Il pastore vi si gett sopra come se non mangiasse da un mese. Deglutendo l'ultimo boccone, offr ai due fratelli un sorriso dai denti ingialliti.
Che ne facciamo di lui?, borbott Antonio.
Si guardarono, comprendendo all'istante la stessa cosa. Tutti i villaggi locali erano vuoti, abbandonati per via dell'avanzata romana. I contadini volevano salvare raccolti e animali dai gruppi di esploratori che portavano via tutto ci che trovavano. Alcuni ufficiali intelligenti, come Pullone, avevano anche suggerito che Filippo poteva aver pagato i nativi del luogo, che conoscevano bene il territorio, per nascondersi. In questo modo, i Romani non avrebbero potuto trovare un sentiero per aggirare i Macedoni. Quale che fosse la verit, quell'uomo poteva conoscere qualcuno di quei sentieri. Sarebbe potuto tornare utile a Flaminino, e perci era prezioso per i fratelli.
Usando il pugnale per tagliare un piccolo ramo basso da un olmo, Felice lo trasform in un rozzo ma efficace bastone. Il pastore lo accett con infiniti ringraziamenti nella sua lingua. Poi si alz e indic la montagna.
Io... va.
Felice scosse la testa. Tu vieni con noi, disse, in latino. Il pastore non sembr comprendere, perci lui indic verso la valle. Vieni... al nostro accampamento.
Il pastore sembr molto infelice. Io... va... famiglia.
Potrai rivedere la tua famiglia dopo, rispose Felice.
Il pastore cerc di zoppicare via, ma Antonio gli sbarr la strada. Andiamo all'accampamento, ripet, deciso.
Il pastore guard Felice, poi Antonio, poi di nuovo Felice. Le loro espressioni implacabili non cambiarono, e lui afflosci le spalle.
Voi uccidete me.
Non vogliamo farti alcun male, dichiar Felice.
Macedoni hanno ucciso miei amici e cugini.
I fratelli si guardarono, sorpresi. Perch?, chiese Felice.
Perch cos non mostrano a Romani... strada per andare dietro esercito. Il volto del pastore si era fatto triste. Ho moglie. Figli. Non voglio... morire.
Nessuno ti uccider, lo rassicur Felice. Te lo giuro.
Il pastore altern lo sguardo tra i due fratelli. Entrambi annuirono, incoraggianti. Lui si strinse nelle spalle, rassegnato.
Conosci i sentieri della montagna?, domand Felice.
Lui annu.
I due esultarono.
...
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...
FINE Parte 3.